29 ottobre-5 novembre 2011: INDIA: Triangolo d’oro: Magnificenza e povertà all’ennesima potenza

29 ottobre-5 novembre 2011: INDIA: Triangolo d’oro: Magnificenza e povertà all’ennesima potenza

Sette giorni, in India del nord, triangolo d’oro: Rajastan, MPrudesh, Utar Pradesh.
Venezia – Doha (Qatar-Arabia) con sosta di 2 ore –  Doha-New Delhi, la 4° città più inquinata al mondo. Compagnia Qatar, ottima. 7mila Km – 10 ore di volo.
Ecco l’India: prisma di volti indifferenti e caste in passerella.
India: non un viaggio ma un tuffo in un film tridimensionale,  un’esperienza senza spina dorsale. Da annusare, toccare, guardare senza certezze, senza coerenza, senza pietà. Sempre in perfetto contrasto. Con spavento e armonia, con pietà ed ammirazione, con brividi di morte e l’adrenalina del vivere.
Sari fluttuanti e coloratissimi, bambini bellissimi e disperati, baracche e alberghi a 5 stelle, donne-bambine dagli occhi luminosi già prostitute e senza specchio su cui riflettersi. Scene da guardare da dentro, con l’intensità del dolore, la dolcezza del piacere, la paura del nemmeno immaginato. Flash incandescenti per l’anima, frecce di fuoco nelle pupille, soprese ad ogni battito di ciglia, incredule in un sogno-incubo che batte come tam-tam. Mistero e fede, crudità celebrata dal fasto, povertà adattata al volere del più forte, devozione come destino. E sorrisi e calda ospitalità.
Ma anche l’India del futuro, con ragazze in motocicletta, cellulare per compagno, Honda come status-simbol, Valentino sulla pubblicità delle divise delle scuole private, macchine digitali nelle giovani mani, hotel 5 stelle ad un soffio dai tuguri.
E il cielo osserva
e volge lo sguardo altrove. E tace.
Come il mio pensiero orfano di parole.

                                           SOMODE        PALAZZO MARAJA

                                          
                                           GANESH POLE                  AMER

                                           JAL MAHAL                   

                                        
                                           PALAZZO MANCI  
                                         

                                          
                                             COMPLESSO GUTUMINAR   NEW DELHI
30 ottobre  2011:
Alle 8.20, ora di Delhi (4 ore e 30 prima di noi) l’aereo atterra. Ore 9.30 siamo fuori dall’aereoporto: aspetto il famoso odore d’India. C’è ma sa di smog, cenere, spezie. Vedo un gruppo di donne accucciate che tagliano l’erba con le mani. La guida Jorghesh ci dice che l’ospite da queste parti è un Dio. “Caspita” penso – qui ci sono 330milioni di dei… c’è posto per tutti!”
Ci mette al collo una collana di fiori, di tagete, quelle gialle che hanno un forte odore. Sono gialle, colore dell’intelligenza, rosse, colore della purificazione, quello delle spose. Siamo a Delhi, 16milioni di abitanti. E’ domenica, il traffico è minore degli altri giorni eppure appare caotico. Davanti agli occhi carnai, favelas, cumuli di immondizie di plastica.  Qui ognuno fa quello che vuole. La prima regola è la NON regola! C’è gente stesa, o con la mascherina, o dorme, o chiede l’elemosina. Polvere ovunque, corvi minacciosi, a frotte, anneriscono il cielo con le ali nere e turbano con il loro gracchiare, ghiotto di prede. Clacson impazziti, caos, e poi, improvviso, il nostro hotel. Di lusso, in mezzo alla desolazione di chi non ha nulla, di chi ha un tombino per casa. Donne piccole avvolte in sporchi sari, si stendono a dormire, con bambini nudi e vecchi, padroni solo delle loro quattro ossa. Ed è solo metà mattino. La Guida dice che ogni minuto nascono 51 bambini in India! Avverto una sottile sensazione di disagio ma è passeggera. La prima meta è la Moschea ma, per arrivarci, passiamo attraverso un immenso e brulicante mercato. Un carnaio dove si vendono perfino le immondizie, si fa il bucato in una nera pozzanghera, si fa il pane e lo si attacca alla parete di un muro sudicio, si fa pipì addosso alla gente. C’è chi contratta, chi dorme sdraiato su stracci, muretti, capre. Il mercato è un carnaio fluorescente. Visioni da cottolengo sono un pugno continuo allo stomaco. C’è chi cammina come un animale a quattro zampe, chi sfodera i piedi da elefante, chi zoppica con gambe sicuramente spaccate da piccolo. Per mendicare in modo più redditizio. Avanza forzando le braccia. Non è facile guardarlo! Ora le viscere sono mollicce e gli occhi sono sorpresi da ciò che vedono. Il respiro è trattenuto. Cambio di visuale: si va verso il Forte Rosso, del 1638,  in pietra arenaria.  200 rupie ( 3 euro) è lo scotto da pagare se si vuole fotografare. Via le scarpe e si entra. Un vecchio bramino intrattiene un gruppo di fedeli affascinati. E’ strano ma ci accorgiamo di essere una sorta di attrazione per la gente che ci guarda, ride, saluta, e si mette in posa per la foto oppure la fa a noi. Tanti indiani hanno la digitale, dai bambini a una bisnonna, rugosa e magra come un’acciuga.  Porta India si profila nella sua eleganza alla gente che da quelle parti soggiorna. Come il Presidente che proprio qui ha la sua casa, vicino al Parlamento e al Tempio del Sick, il più grande di Delhi. Ed è in pieno centro. Tutti sono scalzi per la preghiera. Nelle cucine centinaia di persone cucinano il pane, la zuppa di lenticchie piccanti e lo fanno gratis. offrono anche a noi la piadine con la zuppa e dicono “Welcome again”. Ogni sera mangiano qui oltre mille persone, gratis. I ricchi offrono il cibo. I volontari lo cucinano. Usciti dal tempio, ai nostri occhi visioni da raccapriccio. Cumuli di sacchi indicano che persone stanno dormendo sui marciapiedi. Io e Nevio ci fermiamo a guardare una figura esile che si muove leggermente. Accortasi della nostra curiosità si alza e si profila dinanzi a noi: è una giovane donna, senza un occhio, la bocca senza labbra, per mani due moncherini. Ci mostra il viso sfregiato, martoriato, forse con acido muriatico. Le diamo un dollaro che ho in tasca. Ci segue fin che il pulman parte. Con tutta la sua tragedia nell’unico occhio che ci fissa.
                    31 ottobre 2011: Da New delhi a Jaipur (265 Km. 6 ore di percorrenza)
Un  cielo di corvi svolazzanti, bramosi di prede, traffico caotico, tuk tuk, risciò, carri trainati da dromedari, mucche con la gobba, libere ( sono un incrocio con le mucche zebù). Smog fitto come nebbia che non lascia spazio al sole, donne che scopano le strade. Qualcuno dorme sdraiato lì, dove tutti passano. Polvere e mucche che mangiano sassi e plastica. Ma la gente ha i cellulari. Eccoci a percorrere la parte nuova della città, dove dimorano i politici, tra cui Sonia Gandhi. Tutto è pulito, in ordine, con i soldati davanti ad ogni casa. Superiamo ambasciate…la araba, pakistana, tedesca. Sembra di essere in Canada, tanta è la cura che si nota ovunque. Superiamo un bus. Bus? E’ un contenitore di polli, cioè ragazzi, tutti in camicia bianca, stretti stretti. E poi moto, e auto, moscerini impazziti avvolti nella nebbia.

Ore 10.00: Visitiamo un tempio Jainista, dove c’è un santone nudo e una santona di 85 anni che da 12 si sta lasciando morire, evitando di mangiare. Sa che tra quattro mesi morirà. Il santone di buon grado si fa fotografare con noi, a proprio agio nell’essere nudo. Libero e pulito.

                                            Occhi verdi di mamme bambine, esili come giunchi
                                             e la luna nelle pupille.

                                         Donne…sprazzi di sorrisi sull’uscio di tuguri orfani
                                         di tutto. Eppure… con la testa portaoggetti  e ai piedi
                                         croste di cammino e terra e sterco. Donne, bambine, vendute,
                                         buttate… meno di niente nel metro dei valori.

                                           In cinque su un’unica moto

                                            Immondizia: umana e di plastica

India: terra di contrasti incredibili. Immondizia umana e meraviglie dei Marajà, come Taj Mahal tra le 7 meraviglie del mondo, santoni nudi e matrimoni sontuosi, templi affollati e donne sfregiate dall’acido muriatico stese come cenci sulle strade, prostitute bambine e bambini sfruttati, cottolengo sotto il cielo, a volte impressionante. Questa è l’India, dove la miseria più totale si fa spettacolo!

                      1° novembre 2011: JAIPUR, la Città rosa,
4milioni di abitanti, costruita nel 1727. Traffico e visi sorridenti, venditori a frotte. Scopriamo la città vecchia, dipinta di rosa, il colore dell’ospitalità.

                                                 HAWA MAHAL – JAIPUR – RAJASTAN

Il pulmino arancione, con “tourist” marchiato sulla fronte, avanza sbuffando di buon mattino verso Jaipur, la città rosa. Ha lasciato da un pezzo la caotica New Delhi, sbuffando per 250 chilometri tra villaggi, baracche e solitarie umanità in movimento lento. Ad annunciare Jaipur il cambio repentino di velocità del motore, il caos del traffico e dei tuk tuk, risciò, carri trainati da dromedari, mucche in passeggiata libera. Dal finestrino leggermente appannato assisto con emozione al risveglio del Rajastan. Donne, dai sari coloratissimi, puliscono usci di baracche con fascine a forma di scopa. Qualcuno dorme, come feto abbandonato, lì, dove tutti passano e dove le mucche mangiano sassi e plastica e polvere. E’ il risveglio degli “Intoccabili”, padroni solo delle loro quattro ossa rannicchiabili a esigenza, di un sacchetto di plastica da accendere per scaldarsi, di un posto qualsiasi per liberarsi dagli escrementi. Nel traffico ancor più brulicante l’autista rallenta per evitare brusche frenate. Poi accelera, infiltrandosi in un varco che si apre come per magia proprio quando la collisione sembra inevitabile. Ci siamo. Il cuore della città vecchia di Jaipur è qui, con i maestosi palazzi che i Maharaja fecero dipingere di rosa in segno di ospitalità. Mani tese, bambini mendicanti della casta più bassa, gli “intoccabili”, di forme perfette, dai piccoli denti bianchissimi e grandi occhi scintillanti, pronti a mettersi in posa per poi chiedere la mancia, e tornare alle convulsioni del traffico e della vita. Vagabondi dormono per terra, distesi ovunque a casaccio. L’occhio è indeciso se posarsi sulla meraviglia dei palazzi o sulla moltitudine umana.
Ma a Jaipur ci torneremo la sera. Ora l’obiettivo è raggiungere il Forte Amber dove inizia l’avventura del venire letteralmente accerchiati dai venditori di turbanti, ombrelli, cappelli, marionette. E non smettono di seguirci nemmeno quando siamo in groppa all’elefante, togliendoci il piacere del panorama e della delizia dell’inedita passeggiata.

Nel pomeriggio, altra meraviglia: il Castello di Jaipur con l’Osservatorio astronomico e la meridiana che indica l’ora, quasi, esatta.


E poi un tuffo nel caotico traffico di Jaipur, a bordo del risciò.

 L’esile omino che pedala si gira verso di noi e ci spiega che ha tre figli ma non vive a Jaipur perchè è troppo difficile stare qui.

 Il brulichìo della strada, con lo slalom tra lamiere, altri risciò, mucche e carri vari è pittoresco e suscita un po’ di  timore. Alla fine  l’omino ce l’ha fatta ad arrivare al punto di discesa. Chiede la mancia. Poi veniamo assaliti letteralmente da tanti presunti negozianti, orafi, venditori di tutto e di più. Fino allo sfinimento e alla rinuncia ad entrare in qualsiasi bazar. Decidiamo di tornare verso il pulman quando vedo un giovane padre che traina una specie di carriola. Dentro c’è un bambino di 5-6 anni, con il moccolo e visibilmente ammalato. E’ giovanissimo quel padre o presunto tale e chiede l’elemosina. No, non riesco ad essere indifferente a questa immagine.

2 novembre 2011: Da JAIPUR ad AGRA (Utar Pradesh- 240 Km.

Dal finestrino vedo donne accovacciate sul tetto delle  capanne spalmarvi lo sterco delle mucche. Altre chine sui campi di riso o lavare i panni su piccole piattaforme o su grandi sassi. Altre a fare fascine con le canne, sotto il sole, o in fila indiana, scalze. Donne, regine di un cubo d’eternit o di un sacco a cielo aperto.

Sfrecciano “scuolabus” ovvero tuk tuk zeppi di studenti in divisa azzurra, in piedi e pigiatissimi.

 Ci fermiamo davanti al villaggio delle prostitute. Esce una ragazzina, sui 15 anni, truccata e seguita da un nugolo di bambini seminudi e molto piccoli. E’ bella. Si avvicina al pullman con un “Hello” e mi appare triste sotto il sorriso forzato, i capelli neri ben raccolti. Un bue umano, braccia dietro la testa, steso di profilo su un letto di bambù, guarda la scena e pregusta certamente il facile guadagno grazie ad una bambina in pasto ad animali a due gambe. In nome del denaro facile e senza fatica. Per lui.

Ce ne andiamo. Provo  rabbia per quello che ho appena visto! Stiamo andando alla Città Fantasma ovvero al complesso dell’Imperatore Jakubar costruito per la prima, la seconda e terza moglie.E poi ad Agra, per ammirare il Taj Mahal, il mausoleo costruito per amore da 20mila muratori in 22 anni di lavoro, fino al 1648. E’ una meraviglia bianca, con 45 tipi di marmo di prima qualità.
Taj Mahal, una delle sette meraviglie del mondo!

3 novembre 2011: GWALIER in treno.

Dal finestrino della 1° classe distese ordinate di campi, covoni di paglia, trattori addobbati a festa con ghirlande di fiori, terra coltivata a distesa, ben organizzata con le capanne di paglia per il riposo, poderi isolati, piccoli villaggi, qualche lavorante, piccoli tratti di palude, laghetti artificiali e paludosi, paesi con case quadrate.  C’è una malinconica serenità nei vasti paesaggi che sfilano veloci fino ad una specie di “canjon” che continua per chilometri fino ai campi coltivati, alberi ad ombrello, carri trainati da elefanti, mucche nere  al pascolo. Il treno si ferma alla stazione di Morena. Cumuli di immondizie su cui molti fanno po-po, acqua stagnante dove bimbi si lavano e capre bevono. Di nuovo campagna, fertile e non ben allineata. Ad ogni battito di ciglia un’immagine incide le sensazioni come film tridimensionale.
Una donna zappa sui binari e due vecchie, sedute sul ferro delle scine, la osservano. Siamo nello stato di MPrudesh, a Gwalier, nota per i templi di Palazzo Manci. Bambini ci vendono cartoline. Il bambino “capo” dice ” Io parlo perfettamente italiano, francese, spagnolo e alemanno. Io dico di comprare cartoline perchè capo è furbo e, se non vendiamo, niente commissioni. Niente di niente. E botte, sì. Promiso tu compra me cartoline? Dopo?”. E dopo, verso l’uscita, i bambini sono tre. Il più piccolo mi segue e mi dice “Cartolina, tu promiso me  compra cartolina. Cartolina, cartolina, car t o l i n a… Vorrei comprare tutte le cartoline ma so che non faccio così il suo bene. Mi fa tenerezza e pena.
Arriviamo al palazzo del Marajà Jiwaji Rao Scindia. All’interno ci sono due lampadari più grandi al mondo ed il trenino d’argento, il salotto  realizzato con 560 Kg. d’oro. Davvero notevole!

Nel pomeriggio, dopo il pranzo in una altro palazzo del Marajà Scindia arriviamo ad Agra per visitare il Forte Rosso. Su strada il consueto traffico, con mucche libere, risciò e tuk tuk, trattori, dinosauri, carretti con verdure, sari fluttuanti, ragazzi su bici con manubri dritti, uomini pigri e vecchi dalla lunga barba bianca. Concerto di clakson su immondizie in cumulo, pronte per il fuoco suicida, alfalto caldo buttato con il secchio mentre vicino un bambino cammina scalzo.  auto contromano si sfiorano d’improvviso, vicino a mucche e persone, indifferenti. Indifferenti allo smog della città, alla diossina della plastica bruciata, al ragazzo con i piedi da elefante e a quello coi moncherini al posto delle braccia. Un cottolengo a cielo aperto! Indifferente a chi dorme per terra al mercato, con la terra per giaciglio.
Vicino al Taj Mahal (corona del Marajà) ecco il Forte Rosso, costruito da Akbar, figlio dell’Imperatore Akubal su una superficie di 2 Km e mezzo. All’ingresso la statua del re Moraka a cavallo e poi il palazzo bianco decorato con pietre dure: una meraviglia!

                                                          
                                                        TEMPIO  TELI KA MANDIR
 4 novembre 2011: Ritorno a New DELHI
Ore 6.30: E’ l’ora del risveglio ma, a bordo strada, vedo gomitoli a forma di feto: lì c’è qualcuno che dorme. Spunta un piede per caso o una testa. La gente passa accanto, indifferente. Mucche e maiali a passeggio si fermano a mangiare immondizie di plastica. Tante persone fanno po-po ovunque, sull’erba, sul pantano, sulle immondizie. E parlano tra loro. Colorati sari attirano la nostra attenzione nella città di Mathura. Sono pellegrini, a piedi nudi, che percorrono da 50 a 200 Km per sacrificio a Dio Krisna che qui è nato. Donne, uomini, bambini, una umanità in movimento.
Alle 9 tutto è già compiuto. Ognuno al proprio posto: vecchi a  gomitolo, pentole sul fuoco, letti al sole, tuk tuk zeppi di corpi appiccicati. E’ l’India in piedi, con l’odore di sterco umano e animale, di verdure fresche sui carretti. L’odore è una presenza e l’animo si piega al raccapriccio e all’attrazione dello spettacolo quieto dell’assoluta povertà.
Lo smog di New Delhi irrita gli occhi e impasta la gola. Di nuovo nel traffico caotico per arrivare al Complesso Gutuminar, con la torre e la prima moschea nell’India musulmana. Di nuovo povertà alla ribalta mentre andiamo a pranzo. Bambini truccati ballano, fanno capriole e suonano tamburi. I loro occhi esprimono la delusione del non aver ricevuto nulla da noi, certi di dare così un messaggio di speranza. Tradotto, spero di no, in botte per loro!

Dopo il pranzo, visitiamo il complesso di cento tombe dove veniamo invasi allegramente dai sorrisi, dall’allegria di  frotte di studentesse con la divisa della scuola privata. Ci danno la mano, con “Hello” radiosi, sperando di essere fotografate.Sosta alla Porta dell’India, costruita dagli inglesi nel 1931 e poi all’epitaffio di Gandhi, sul posto dove fu cremato. Compro petali di  tagete  posati su foglie secche cucite,  per 20 rupie. Li poso sulla “tomba”. E’ l’ultima tappa di una breve ma intensa calata in terra d’India del nord. E’ il tramonto quando saluto il grande pacifista e lo ringrazio per ciò che ha fatto per il mondo. Nugoli di indiani pregano.

                                                          PORTA DELL’INDIA

                                                 EPITAFFIO DI GANDHI  NEW DELHI

Studentesse sedute dispensano sorrisi e mi salutano anche dopo che sono salita sul pullman. Anche la loro maestra.

                                                   
                                                         Finale perfetto, al tramonto.

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pierina gallina

pierina gallina

Ho un nome e un cognome che non si dimenticano. Sono appassionata di scrittura, poesia, viaggi, libri e persone, in particolare bambini e saggi. Ho pubblicato cinque libri e sono una felice nonna di 7 nipoti, da 6 a 18 anni, mamma di tre splendide ragazze, e moglie di un solo marito da quasi 50 anni. Una vita da maestra e giornalista, sono attratta dalla felicità e dalla medianità, dallo studio della musica e degli angeli. Vi racconto di libri, bambini, nonni, viaggi, e del mio Friuli di mezzo, dove sono nata e sto di casa, con i suoi eventi e i suoi personaggi. Io continuo a scrivere perchè mi piace troppo. Spero di incontrarti tra i fatti e le parole. A rileggerci allora...

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tullia

Carissima Pierina,
ho letto con piacere le impressioni del viaggio in India pubblicate sul tuo blog. Le ho salvate su un file per tenerle come ricordo di questa recente esperienza perchè corrispondono anche alle emozioni che questo Paese ha trasmesso a me.
Confido di poter ritrovarci a breve con i compagni di viaggio come da te suggerito.
Intanto invio un caro saluto a te e a Nevio … e una foto che vi riguarda. A presto, Tullia

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7 Novembre 2011
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claudia

Ciao Pierina! Ho visto il tuo resoconto del nostro bel viaggio in India,complimenti , sei stata esauriente e descritto perfettamente il viaggio e le emozioni che comdivido. Da parte mia ho realizzato 1 desiderio e curiosita' e sono contenta di questo viaggio fatto anche in ottima compagnia. Un saluto. Claudia

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7 Novembre 2011
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barbara

grazie per l'invio delle foto. anch'io ho scaricato le mie così ho ricostruito e impresso nella mente un viaggio che di per se è indimenticabile, grazie. P.S. spero si combini la serata per la pizza.

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7 Novembre 2011
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luisa

Ti riscrivo la mia soddisfazione nell'aver trovato due persone come te e Nevio, siete veramente unici e gestite il vostro lavoro in maniera ottimale.
Ho fatto solo una puntata velocissima sul tuo blog e tornero' con più calma. saluti

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7 Novembre 2011
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daniele

Ciao Pierina, ho appena letto il tuo racconto del viaggio in India. Sai, faro' anche io lo stesso viaggio con la mia compagna ed un'altra coppia tra natale ed epifania. Volevo dirti che la tua bellissima, poetica e spietata fotografia di ciò che hai vissuto mi ha emozionato e, allo stesso tempo, spaventato…chissà come ne uscirò, chissà se le emozioni e l'empatia e il senso di colpa e la consapevolezza di non poter fare nulla mi annienteranno? Sono sicuro che piangerò se quegli occhi verdi guarderanno anche me come hanno guardato i tuoi… Grazie Pierina hai saputo indirizzare il mio sguardo con le tue parole delicate, spero che riuscirò anche io, come te, a non voltarlo e a guardare la realtà con tanta dignità.
Un caro saluto
Daniele

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7 Novembre 2011
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cristiandellavedovapg

Le tue parole da poeta e persona bella hanno messo le ali al mio cuore. il viaggio in India si rivelerà esprienza "GIUSTA" per te. Tienimi informata. grazie

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7 Novembre 2011
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daniele

Ciao Pierina, ti scrivo brevemente per dirti che l'esperienza di viaggio è stata a dir poco suggestiva ed emozionante. Mi ha sorpreso, schiaffeggiato, clacsonato, spuzzato, divertito e addolorato, fortificato e ridimensionato. I meravigliosi templi e le sfarzose vestigia di antichi baffuti principi e principesse, donne predilette e marajà inconsolabili quasi scompaiono in quella foschia costante Troppa umanità, troppo prorompente prende il ruolo di protagonista in un labile confine tra il videogame e la cruda realtà della miseria e di quella serena rassegnazione ad un destino già scritto.
Spero ti farà piacere rivivere un pò della tua India attraverso le mie foto, un caro saluto
https://www.dropbox.com/sh/dsygfk0fb1rnxqu/FRtZtzFOCI

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7 Novembre 2011

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