ll PONTE – periodico del Medio Friuli – marzo-aprile 22

ll PONTE – periodico del Medio Friuli – marzo-aprile 22

ll PONTE – periodico del Medio Friuli – marzo-aprile 22

Il PONTE – Periodico del Medio Friuli –  marzo-aprile 2022

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CODROIPO (Ud)

Dedicato a MARIA CAMPANOTTO BRUNETTI

Nella tua lunga vita hai tracciato una scia di serenità, che ti fa onore. Conservo, di te, ricordi e immagini benefiche, di signora sempre sorridente, cordiale e generosa. Indimenticabili il tuo garbo, la tua calda umanità, la passione per la professione, che ti ha vista dietro al banco per numerosi e intensi anni. Hai avuto, per tutti, un consiglio, una parola buona, ma, a me, hai riservato gentilezza e affetto particolari.

Un piacere venire a salutarti, anche negli ultimi tempi, quando, dalla tua sedia, in negozio, amavi incontrare le persone. Per te, mai clienti, ma, prima di tutto, persone. Il ricordo che mi lega in modo indelebile a te riguarda sei tazzine da caffè, con i fiorellini viola e il bordo dorato. Ero bambina e volevo fare un bel regalo alla mia mamma, per la sua festa.

Ricordo l’alto bancone del tuo negozio di casalinghi, in Via Piave, e il tuo sorriso: «Cosa desideri, piccola?» «Tazzine da caffè, ma belle». «C’è qualcuna che ti piace?» «Sì, quelle là, in alto».

Dal tuo sguardo capii che non me le sarei potute permettere, così, abilmente, mi distraevi verso altre.  Nessuna, però, mi piaceva e continuavo a guardare quelle. Ti mostrai i soldi – di sicuro, erano pochi – e, tu, dopo esserti guardata in giro, per controllare che non ci fosse tuo suocero, le prendesti e me le desti.   «Vai, piccola, vedrai come sarà contenta la tua mamma» mi dicesti.

Le conservo, intatte, e sono passati sessant’anni! Grazie, di tutto, Maria!

FIABA

MARGHERITA DEI GATTI      

Età suggerita: da 6 a 10 anni

Opera della pittrice Lucia Zamburlini – Latisana (Ud)

A Trieste, ma non solo lì, la chiamano ancora “La Signora delle stelle”, “Margherita dei gatti”, “Gattara di prim’ordine”, “Stella tra le stelle” oppure, semplicemente, Margherita. “I gatti insegnano a vivere” diceva, e aveva ragione. Sì, perché lei, Margherita Hack, amava i gatti.

Un gatto sa bene come godersi la vita, sa quando staccare la spina da tutto e tutti, famiglia compresa, e rifugiarsi in qualche angolo nascosto della casa, per non essere disturbato mentre sonnecchia o cerca di conquistare il mondo. I gatti danno affetto solo se e quando vogliono. Mica si fanno comandare da qualcuno ed è per questo che noi umani finiamo per accontentare ogni loro capriccio” diceva con convinzione, come quando parlava delle stelle.

Di gatti, Margherita ne aveva molti, non solo in casa. Si occupava anche di quelli randagi, portando loro da mangiare e tanto affetto. Parlava dei suoi gatti come fossero umani e per lei lo erano, altroché.

“Quando Jenny e Luna erano appena arrivate, per abituarle alla nuova casa, la notte le chiudevo in una stanza dove, oltre a un comodo letto, avevano la toilette e acqua da bere. Dopo qualche giorno, la mattina, trovavo sempre la porta aperta. Pensai che fosse difettosa e la chiusi a chiave. Il mistero fu presto svelato. Sentivo ripetutamente smuovere la maniglia su e giù. Una delle due aveva scoperto che, saltando e aggrappandosi alla maniglia, la porta si sarebbe aperta. Era Jenny, la solitaria, la più coraggiosa e intelligente. Ne ebbi la prova quando la vidi ripetere la stessa cosa con la porta della cucina. E pensare che aveva appena cinque o sei mesi”.

Margherita, insieme al suo Aldo, con cui è stata sposata per oltre 70 anni, aveva otto gatti e un cane. “Ho nove vite, io, come i gatti” assicurava.

“Non credo all’oroscopo e nei segni zodiacali, ma se proprio devo scegliere un segno, allora dico di essere nata sotto il segno del gatto”.

Il suo babbo, a Firenze, fin da piccola, la portava a spasso in campagna, nei poderi dei contadini. Le mostrava ogni tipo di pianta, fiore selvatico, animali liberi sull’aia, galli, galline, oche, maiali, i buoi attaccati all’aratro, le mucche e i cani, troppo spesso legati alla catena.

Margherita Hack, anche quando studiava, permetteva ai suoi gatti di sdraiarsi sopra i suoi libri. Perfino all’Osservatorio Astronomico, di cui era la direttrice, ne aveva un’intera colonia.

Shalom, la meticcia, calcolava con precisione il percorso e dava delle spallatine perfette alle porte e queste, magicamente, si aprivano. Sempre Jenny, anche lì, aveva imparato a mettere la zampina sullo spigolo della porta e a tirare fino a quando si apriva. Margherita voleva bene a tantissimi gatti, a quelli belli, ma anche ai brutti e spelacchiati, ai perduti, ritrovati, spariti, riapparsi e a quelli che avevano dormito sul suo letto fin da quando era bambina e ronfavano acciambellati sulla sua pancia. E stavano lì, finché lei si alzava.

C’era il gatto tutto nero, che si mangiava bistecche intere in un sol boccone, il gatto soriano, che spiava il suo arrivo dalla dispensa della cucina e, appena la vedeva, le saltava in spalla. C’era la micina bianca e nera, che aveva sfornato un esercito di micini caffelatte; la gatta Stella, che aveva imparato a miagolare un “papaaaaa”; il micino magico, un po’ nero e un po’ arancione, che chiacchierava con una gallina magica e si strusciava affettuosamente contro un cane magico, che aveva appena fatto una corsa folle su un muro insieme a una cornacchia magica. Ah, sì, poi c’era il gattaccio, bel tipaccio; il micino scavezzacollo, la gatta mammona un po’ frignona, il buon micione dal gran testone, pacifico e sornione. E c’era il gatto matto matto, che guardava tutto di soppiatto, quello che si chiamava Pippo e quello che di nome faceva Ruggero, perché aveva gli occhi verdi e il pelo tutto nero. E poi Gastone, che amava dormire sulle poltrone e Dionigi, che aveva il pelo rosso e gli occhi grigi e un altro di nome Battista che, se lo guardavi, spariva a vista. E il gatto dal pelo di velluto e quello dormiglione, ma più svelto di un leone.  Tutti facevano le fusa, “ron-ron”, con gli occhi un po’ socchiusi e sonnecchiavano pisolando. Quello, per Margherita, era il momento più bello.

“Ma c’è gatto e gatto!” diceva.

“Gatto tigrato gatto beato, gatto abissino gatto beniamino, gatto egiziano gatto sempre sano, gatto siamese gatto cortese, gatto sultano, gatto dorato, gatto indiavolato, gatto persiano, gatto talismano, gatto d’angora più pelo che arrosto. Il gatto soriano è il gatto popolano e, di tutti i gatti, è il vero sovrano”.

Con fare minaccioso, aggiungeva: “Lo sai che quattro gatti son pochi, ma son tanti due gatti scorticati? Però i gatti non vanno scorticati, né frustati né pelati. Perché, se qualcuno lo fa, arrivo io e se ne pentirà. L’ho già detto che tutti i gatti sono belli anche se sono del signor Banelli?”

Sì, l’hai già detto e l’abbiamo capito. Nessuno di noi ai gatti torcerà un pelo e, ogni sera, a te Margherita, canteremo una canzone da leccarsi le dita.

 Questa è una delle 52 fiabe del libro “UN ANNO DA FIABA”. Su www.pierinagallina.it e librerie.

LIBRI

LA NUOVA MADRE di  Loretta Fusco        Editore: L’Orto della Cultura

Madre e figlia: intreccio di vite, solo apparentemente lontane.

Perché così deve essere o, almeno, lo è per l’autrice che, con tratto autorevole e agile narrazione, ne fa coerente puzzle emotivo, radicato, sì, nella memoria, ma agilmente arrampicato sull’attualità, il cui filo conduttore è il Covid 19.

Grazie alla sapiente tecnica espositiva, il romanzo – quasi musicale – saltella sul pentagramma con note feconde.  Le protagoniste ne dettano il ritmo, accompagnandosi ad altre figure, che appaiono come miraggi o scompaiono come meteoriti.

La dualità di una madre profumata di borotalco  e di una  figlia che torna  macera schegge di esistenze,  facendone elisir terapeutico.

Accenni di sana sensualità –  discreti, ma potenti – amplificano il coinvolgimento del lettore, giocoforza  stregato dalla potenza narrativa, generosa di spunti attrattivi.

Il romanzo è fondale sommerso, tutto da esplorare, come fosse tesoro ben protetto dal tempo.

Leggerlo significa sentir battere il cuore a fior di pelle, preludio alla lezione finale, quando umiltà, amore e perdono si confermano i migliori cicatrizzanti, dopo aver raschiato la vernice alla ragnatela dell’ego.

Sì, si può tornare sui propri passi, aprendo la strada al confronto e alla comprensione”.

https://www.ortodellacultura.it/index.php/catalogo2/433/124/narrativa/la-nuova-madre-detail

LA CENA DEGLI ONESTI

“La cena degli onesti”, (Corsiero editore):  thriller psicologico.

Riduttivo chiamarlo libro, meglio scavo psicologico, abilmente architettato in un palinsesto narrativo raffinato e competente.

Thriller psicologico di carattere, metafora della società d’oggi, ha un sillabare tagliente, una potente tensione narrativa, che sfocia in colpi di scena spettacolari.

Mette a nudo. Attrae e contrae.

Il lettore viene rovesciato come calzino spaiato, fino al suo organo vitale: il cuore. Infatti, sta in copertina, il cuore. Preludio di una lettura concava, incisa dal bisturi sapiente e volitivo di tre penne, in marcia sincronizzata. Più altre sei autori, nei “Racconti senza l’oste” a coadiuvarne lo spessore.

No, signori: “La cena degli onesti” non è per tutti. Non potrebbe esserlo.

Ci vuol cuore per leggerlo, ci vuol fegato per guardarsi, ci vuol coraggio per sbrinarsi dentro.

L’alternativa è abbandonare, scappare. Certo, si può archiviare, ma, una volta sfogliato, quel cuore continua a battere e a risuonare. Giocoforza si arriva a chiedersi: “Quale dei personaggi sono io?”

L’io pretende risposta. “Sono il vigliacco che abbandona o il codardo che vomita? Sono tra chi disprezza senza assaggiare o tra chi – combattendo contro istinti primordiali – resiste e ce la fa a farsi luce?” Perché pochi ce la fanno? Ecco la domanda che non lascia scampo. Per questo, va letto e riletto: per trovare risposte. Senza economia, di tempo e di energia.  Fatto salvo il libero arbitrio. Abbandonare o restare?

Se si resta, la cena non sarà indigesta. E sarà il premio finale.

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CAMINO AL T.

IL BOSCO DEI RICORDI DI LINO MIGNELLI

Il suo nome è Lino. Il cognome è Zanin per l’anagrafe, Mignelli per i caminesi e gli amici. Fa il meccanico e abita in via Magredi, in fondo a Camino, direzione Tagliamento, sulla destra.

Alto e filiforme, barba sale e pepe, sguardo dolcemente protettivo, il friulanissimo Lino si esprime in lingua madre: la friulana, appunto. La dialettica, fluida e colorata, ne testimonia l’ampia cultura, che spazia in vari ambiti.

Può apparire burbero, ma solo nei modi e con chi gli sta poco simpatico. Chi lo conosce meglio, sa che, sotto l’apparenza, si nasconde un animo buono, molto generoso, altruista e sensibile. Ferreo nelle proprie convinzioni, è difficile fargli cambiare idea. Motori, caccia, cani, campagna, amici, sono le sue passioni, oltre alla famiglia, naturalmente.  E agli alberi. Dietro casa – con annesso capannone dove svolge il lavoro di meccanico – Lino ha un terreno, con tanti gelsi. Metà potati, metà lasciati liberi di allungarsi verso il cielo.

Vederli e pensare a un bosco come tanti è tutt’uno. Ma così non è.

In verità, è un cimitero affettivo, una sorta di “bosco dei ricordi”, dedicato alle persone a lui care: familiari, nonni e bisnonni compresi, amici a vario titolo. Di tutti sa vita, morte e miracoli e ne snocciola le caratteristiche, i pregi e i difetti, con la schiettezza che gli appartiene.  Arriva perfino ad abbinarli alla forma dell’albero. Se l’amico era grosso, la sua foto è inserita in un gelso robusto e così via.

Di gelso in gelso, si susseguono le foto: ovali, in ottima ceramica, e senza nome. Ci pensa Lino a descriverle, a una a una. Date di nascita e circostanze della morte, aneddoti simpatici e veritieri, si mescolano al tremolio della sua voce, subito aggiustato passando oltre.

Persino i gelsi hanno un che di umanità. Infatti, sembrano origliare il vociare del mondo, con lacrime o sorrisi di legno, incavi come pupille, braccia rivolte al sole, salde radici e densi silenzi. Ci sono anche alberi senza foto, perché già prenotati, in attesa del “fatidico passo”.

Pure Lino ha scelto il suo.

La parte libera del “bosco dei ricordi” è riservata alle feste con gli ospiti e gli educatori della Nostra Famiglia di San Vito al Tagliamento. Lino le organizza in segno di stima e riconoscenza per il loro prezioso operato e, senza farne vanto o pubblicità, dona concreto supporto economico.  Lo fa da tanti anni e non intende smettere, perché donare lo fa stare bene e lo accomoda su una scintilla di felicità.

Ecco, questo è un piccolo e prezioso tassello di vita di Lino Zanin, meglio noto come Mignelli: 64 primavere di generosa operosità e creativa genialità. Un esempio di amicizia e solidarietà dimostrate con i fatti, in perfetto stile friulano!

CAMINO AL T.

RAOUL PUPO e ANGELO FLORAMO da FERRIN

Due personalità di spicco nel panorama letterario nazionale hanno dato lustro alla location Ferrin, a Bugnins, presentando l’ultimo libro dello storico triestino Raoul Pupo, “ADRIATICO AMARISSIMO”: la storia contemporanea delle terre dell’Adriatico Orientale. Le due autorevoli voci hanno accompagnato il numeroso pubblico dentro al cuore di un sanguinoso tratto della storia: la “stagione delle fiamme” e la “stagione delle stragi”.

Le terre dell’Adriatico orientale, infatti, sono state uno dei laboratori della violenza politica del ʼ900: dagli scontri di piazza alla lotta partigiana, dalle stragi alle deportazioni. Queste esplosioni di violenza sono state spesso studiate con un’ottica parziale, e quasi sempre all’interno di una storia nazionale ben definita, prevalentemente quella italiana o quella jugoslava (slovena e croata).  Il saggio, con maestria, spiega le origini di tanti nefasti avvenimenti, rivelandosi importante per capire l’attualità.

CODROIPO

MARZIO MORETTI, fotografo naturalista

Marzio Moretti, fotografo naturalista, originario di Gradisca di Sedegliano, è stato ospite del Circolo Fotografico Codroipese, in Sala Abaco. Egli, anche docente dell’Afni-FVG , ha illustrato i punti qualificanti della sua passione per i ritratti della natura e di chi la abita.

La sua fotografia ha, anche,lo scopo di far conoscere, divulgare, proteggere gli ambienti naturali attraverso il linguaggio della fotografia. Le immagini fotografiche devono essere, sì, significative in termini di contenuto, tecnicamente valide ed esteticamente apprezzabili, ma non devono mai arrecare danno  alle specie viventi che si vogliono ritrarre. Qui sta l’etica comportamentale del fotografo, che, giocoforza, deve dotarsi di strumenti, tempi, tecniche e, soprattutto, rispetto.   Marzio Moretti ha proiettato immagini di grande pregio, che hanno incantato il pubblico intervenuto.

CODROIPO

FOTOGRAFIA CON LO SMARTPHONE

Tre incontri-lezione, teoria e pratica, in Sala Abaco, hanno riunito aspiranti fotografi del cellulare, desiderosi di impararne i segreti e le possibilità. Grazie ai consigli della fotografa, Laura Bosco, hanno imparato le regole fondamentali per click creativi e capaci di regalare emozione. Importante è avere il cuore negli occhi, l’equilibrio tra pazienza e velocità e il piacere di fermare gli attimi significativi della vita.  In fondo, la fotografia è scrittura di luce e, come tale, può illuminare ogni momento e, soprattutto, scolpire la bellezza dei ricordi.

CODROIPO

CODROIP, Friul di Mieç  –  Storie e racconti, esperienze e sogni, spiriti liberi del Friuli di Mezzo.

4 marzo 22: Codroipo e il Friuli di Mezzo, con le sue storie, i personaggi, tra saggezza e qualche sana risata, sono stati protagonisti di una serata, in lingua friulana – promossa dal “Patto per l’Autonomia”  –   in un auditorium gremito e attento.  L’attore Claudio Moretti – in veste di presentatore –  ha dedicato l’introduzione all’Ucraina, facendo notare come il logo di “Patto per l’Autonomia” sia molto somigliante alla sua bandiera.

Vicinanza a quei “fratelli che si fanno la guerra” è stata espressa anche dallo scrittore Angelo Floramo: “ I colori della bandiera sono i colori dell’identità. Tutti siamo sulla terra e dovremmo avere la stessa bandiera.

La dignità è la prima cosa da far vedere per non perdere di umanità.  Quando si manda in esilio la letteratura e la poesia e si uccide l’identità, è già, tragedia.  La cultura vale molto di più di una pistola: deve avere sempre l’ultima parola. Facile è vincere la guerra, più difficile è vincere la pace. Lo si può fare solo con la cultura, che non è il titolo di studio.

Mi sembra strano il grande interesse per i profughi: se avessero il viso più colorato sarebbe la stessa cosa?  L’umanità ha perso il senso dell’appartenenza, perdiamo il senso dello stupore. La biblioteca Guarnieriana di San Daniele potrebbe diventare una birreria. Se così fosse morirebbe il senso della storia, per un mondo plastica. Diventeremmo “Pipinots” o Bambolotti, coloro che non devono fare niente, stanno in pace e serenità, senza bellezza, non soffrono, perché stanno in una realtà ideale”.

Alla domanda: “l’uomo è stupido o cattivo, oggi?” Floramo ha risposto di no, che l’uomo non è stupido, bensì creatura straordinaria, perché ha la possibilità di trasformare la vita in poesia, in astronomia, in ciò che vuole, perché ha tutto, dentro. Ognuno è galassia da esplorare. Invece preferisce il buio e perde le occasioni. “Io credo ancora nell’umanità!” ha concluso.

Sul palco, poi, preziose figure codroipesi: Fabiola Tilatti Ferrin, titolare dell’omonima azienda vinicola,  capace di abbinare l’attività familiare a quella culturale, aprendo le porte a ogni esperienza artistica, dalla letteraria alla pittorica alla ricreativa; Monica Aguzzi, appassionata regista teatrale giovanile, attenta esploratrice di un mondo, che l’adulto, spesso, non riesce a vedere né a percepire; Giacomo Trevisan, scrittore e attore e impegnato nel sociale, oltre alla performance teatrale su Agnul Baldus, ha sottolineato come, a Codroipo, la cultura – che dovrebbe esserne locomotiva – non sia tenuta in debita considerazione; Massimo Moretuzzo, segretario del Patto per l’Autonomia, è entusiasta interprete di un modo nuovo di essere politica, quella che crede e si basa sulle persone e sulle loro potenzialità,  quelle che sanno dipingere un sogno.

Un esempio, tra i tanti, è il panificio di comunità, il Pan dal D.E.S. o economia solidale di Udine. “Oggi è saltato tutto. Bisogna mettere in atto il cambiamento, convinti del sogno di essere, che parte dal superamento dei confini”, ha dichiarato.
La preziosa occasione culturale ha goduto di brevi, ma incisivi, interventi del Teatro Incerto – Moretti, Fantini, Scruzzi – da 40 anni sulle scene. Le sane risate sono state la risposta all’oggi, faticoso per tutti, ma che, grazie all’impegno e alla cultura, potrà e dovrà essere valicato.

CODROIPO

FAUSTO SOCOL: fotografo da 70 anni

“Primavera del 1952. Ero appena 12enne e i miei genitori stavano pensando di iscrivermi alla scuola di mosaico di Spilimbergo.  Ero stato mandato dal fotografo Venuto per ritirare le foto della comunione di mia sorella e, mentre aspettavo che mi venissero consegnate, osservavo le fotografie esposte all’esterno. Il titolare, il Cav. Venuto, mi notò e mi chiese se mi sarebbe piaciuto fare il fotografo.

Alla mia risposta affermativa, mi disse che avrei cominciato il giorno dopo.

I primi mesi dovevo solo osservare il lavoro di ritocco dei negativi, saper “lisciare” i visi delle persone anziane e passare qualche ora in camera oscura. Ma, una domenica pomeriggio  – la mia settimana lavorativa iniziava il lunedì mattina e terminava la domenica sera –  il titolare mi mandò a fotografare un gruppo di matrimonio. Era il 24 maggio 1953 e fu così che iniziò la mia carriera di fotografo di matrimoni. Bisogna dire che in quegli anni il fotoservizio matrimoniale consisteva in un paio di immagini scattate agli sposi all’uscita della chiesa e con il gruppo di invitati. Erano anni in cui, per ristrettezze economiche, il pranzo si faceva nel cortile di casa e non si realizzavano album di nozze. Solo in seguito le cose sarebbero migliorate.

Intorno ai 18 anni acquistai una vespa e comincia a spostarmi più lontano per i fotoservizi. Ero operativo in qualsiasi condizione atmosferica, a volte mi ritrovavo bagnato da capo a piedi per la pioggia ma al mio titolare importava solo che l’attrezzatura fotografica fosse in salvo.

Finalmente, nel 1970, aprii un’attività tutta mia,  con un mio negozio in via Battisti e, devo ammettere che il lavoro non è mai mancato. Per fortuna, era un periodo eccezionale per il numero di matrimoni: nel 1973 ho fotografato ben 113 coppie di sposi e, a malincuore, ho dovuto rinunciare ad altrettanti.

Non ho lavorato solo in tutto il Friuli, ma anche in Veneto, in Lombardia e, addirittura, sono stato a fare fotoservizi matrimoniali anche a Bucarest e Tokyo!

Devo molto a mia moglie Gina, che ha seguito il negozio mentre io ero impegnato per lavoro.

Nei primi anni del 2000 ho terminato la mia carriera di fotografo matrimoniale: l’avvento del digitale aveva rivoluzionato il settore e io ero troppo legato all’analogico. Con soddisfazione, ammetto di aver ripreso oltre 2500 matrimoni fino ad allora.

Ho, comunque, continuato l’attività di fotografo dal mio negozio e ho collaborato con Renzo Calligaris come corrispondente dal codroipese e, con il Messaggero Veneto, grazie ai redattori Silvano Di Varmo e Ido Cibischino (conservo ancora gelosamente il tesserino firmato dall’allora direttore Vittorino Meloni).

Nel 1985 entrò a far parte dell’attività mia figlia Sara, diplomata in ottica e optometria all’istituto Brustolon di Pieve di Cadore. Foto Socol diventò Foto Ottica Socol. Nel 1991, trasferito l’attività nel nuovo negozio – sull’altro lato di via Battisti –  nel 1996, si aggiunse mia figlia Chiara, diplomata in ottica all’istituto Fleming di Treviso.

Il settore ottico funziona molto bene, mentre quello fotografico si concentra su fototessera e stampa digitale, senza servizi esterni. Da un anno si è unito anche mio nipote Enrico, ottico specializzato in optometria e contattologia all’istituto Zaccagnini di Bologna.

Per i miei “primi” 50 anni ho ricevuto l’attestato e la medaglia d’oro da Confartigianato e il titolo di Maestro del Commercio da Confcommercio. Ora che festeggio 70 anni di attività, magari, mi nomineranno…barone!”

 

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pierina gallina

Ho un nome e un cognome che non si dimenticano. Sono appassionata di scrittura, poesia, viaggi, libri e persone, in particolare bambini e saggi. Ho pubblicato cinque libri e sono una felice nonna di 7 nipoti, da 6 a 18 anni, mamma di tre splendide ragazze, e moglie di un solo marito da quasi 50 anni. Una vita da maestra e giornalista, sono attratta dalla felicità e dalla medianità, dallo studio della musica e degli angeli. Vi racconto di libri, bambini, nonni, viaggi, e del mio Friuli di mezzo, dove sono nata e sto di casa, con i suoi eventi e i suoi personaggi. Io continuo a scrivere perchè mi piace troppo. Spero di incontrarti tra i fatti e le parole. A rileggerci allora...

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