Torino: 16-18 ottobre 26
Partiamo da Portogruaro (Ve). Freccia Rossa. Prima sosta, Milano. Stazione Centrale.


Capolavoro di architettura monumentale e scenografica, con richiami Art Déco. Un intreccio grandioso di marmi, sculture, ferro e vetro. Appena fuori, resto incantata davanti al gigantesco Pirellone.

Alzo gli occhi e mi domando come faccia a stare lassù, sospeso sopra la mia testa. Sembra quasi che debba cadermi addosso! Accanto, l'Hotel Gallia, con l' eleganza monumentale, il fascino dei grandi alberghi di un tempo.


Poi Torino. Regale. Austera. Fedele al suo passato di prima capitale d'Italia. I palazzi imponenti, i portici interminabili, le piazze che sembrano salotti di re. Ma oggi mi chiama un'altra Torino. Quella esoterica. Misteriosa. Inquietante. Quella della magia nera. Piazza Statuto.
La Fontana del Frejus, quell'ammasso impressionante di rocce, le figure umane aggrappate alla pietra, l'angelo alato che domina dall'alto. Mi fermo. Guardo. Sento. Un brivido mi percorre la schiena. È una suggestione potente, quasi fisica. Come se sotto i miei piedi, fra quelle pietre, scorresse un'energia antica, trattenuta a fatica. Alzo gli occhi verso Lucifero. Le ali spiegate, lo sguardo enigmatico.
Proprio qui ho ambientato il mio racconto “Violante”. Proprio qui ho fatto camminare la mia protagonista, tra ombre, presenze e misteri. E domani quel racconto sarà premiato e inserito nell'antologia della terza edizione di Déjà Vu, per PAV Edizioni. Oggi, sono dentro la sua storia. E la cosa mi fa venire la pelle d'oca. Ovunque sento il richiamo del mistero. E mi domando se sia stata io a scegliere piazza Statuto per il mio racconto o se, in qualche modo, sia stata lei a chiamarmi. Domani, forse, lo saprò.
E poi...fiuuu...il Museo della stregoneria contemporanea... Incredibilmente immersiva!



E ci sarebbe molto altro da dire... ma ...
2° giorno: TORINO Reale o della magia bianca
Fa soggezione, Torino. Con quella sua regalità! Il tram 13 ci porta al capolinea, nei pressi della Gran Madre di Dio, la chiesa monumentale che domina la piazza omonima. Ora in restauro è avvolta da un gigantesco telo pubblicitario Lavazza. E poi lui, il re dei fiumi, il Po. Largo, placido, maestoso. Con i Murazzi, un tempo approdo di barche e lavandaie, oggi luogo di ritrovo e di vita notturna. Più avanti la chiesa della Santissima Annunziata, via Po, elegante salotto del passeggio torinese.





E Piero Angela che saluta dal muro del Museo della Radio e della Televisione. Ullalla... Ecco LEI, La Mole Antonelliana!
L'ascensore panoramico sale verso il cielo, attraversando il grande vuoto interno della cupola. Al belvedere, a 85,25 metri d'altezza, Torino si fa miniatura. Tetti, cupole, campanili, finestre. Dietro ciascuna un microcosmo umano, con vite che mi piace immaginare. Palazzi in perenne ombra, altri baciati dal sole. E gli abbaini, quelle finestrelle sporgenti dai tetti, che mi fanno pensare alle mansarde francesi.
Il sole caldo illumina i volti e una foschia leggera addolcisce i contorni della città. Chiedo alla signora che accompagna i visitatori nell'ascensore quante volte sia già salita. «Sessantanove!» Sono appena le dodici e 30! «Dipende dai turni», mi risponde sorridendo. Sessantanove volte su e giù, penso!
Ma eccoci al Museo Nazionale del Cinema, dentro la Mole. Un viaggio all'indietro, fino a quando il cinema non era ancora cinema.


Le ombre cinesi, le scatole ottiche, la stereoscopia, la lanterna magica che proiettava immagini dipinte su vetro. La fantasmagoria, il fantascopio, macchina capaci di far apparire fantasmi e di trasformare la paura in spettacolo. Quanta ingegnosità! Quanta ostinazione nel voler catturare la luce, ingannare gli occhi, dare movimento a ciò che era immobile! Leggo di Thomas Edison, del kinetoscopio, brevettato nel 1891, e del 14 aprile 1894, quando a New York apre una delle prime sale commerciali dove si possono guardare immagini in movimento. Il cinema muoveva i suoi primi passi. Da lì, una rivoluzione.
Ecco, dopo la Torino nera, esoterica, misteriosa, con i brividi di piazza Statuto, la Torino bianca, reale, monumentale, luminosa. Due anime della stessa città. La terza? Forse ha il gusto degli agnolotti al ragù o del plin al burro e salvia.
Ore 18.00: Cerimonia di premiazione e inaugurazione mostra DEJA VU, alla Galleria Arte Città Amica. Sala gremita, il bello dell'incontro e della premiazione: Premio Scrittura Gotica, un piatto artistico "Le chiavi dell'amore" e il ciondolo in quarzo rosa. Gioia e ben stare. Con la piazza finale in 40.


3° giorno: MUSEO EGIZIO 18 ottobre 26
Riccioli biondi raccolti in una bandana verde, occhi vivaci, parole precise e una sicurezza espositiva da premio. Non so neppure come si chiami, forse non l'ha detto. So soltanto che questa giovane guida, archeologa, appassionata e coinvolgente, ha trasformato la nostra visita al Museo Egizio in un viaggio di migliaia di anni. Il Museo è il più antico al mondo interamente dedicato alla civiltà egizia ed è secondo soltanto a quello del Cairo.


Nasce nel 1824, quando Carlo Felice di Savoia acquista per 400 mila lire la collezione di Bernardino Drovetti.
E da qui comincia la vertigine del tempo. Si torna al 3600 a.C. Non esiste ancora l'Egitto né la scrittura. Eppure un uomo è arrivato fino a noi, rannicchiato in posizione fetale, custodito per millenni dalla sabbia del deserto. Accanto, oggetti della sua vita terrena. Sandali, indumenti, frecce spezzate.
La natura è stata la prima imbalsamatrice. Il caldo del deserto, ma anche il freddo, potevano conservare i corpi. Solo più tardi arriveranno le tecniche artificiali, con l'estrazione degli organi, il trattamento con sali per quaranta giorni e le bende di lino. Anche i sarcofagi cambiano. Prima piccoli, di paglia intrecciata, ceramica o legno. Poi stretti, con il defunto adagiato su un fianco e gli occhi dipinti per poter guardare verso l'esterno. Infine antropomorfi, con il volto rivolto al cielo, ricoperti di figure e geroglifici.
800 segni per una scrittura che oggi ci appare misteriosa, ma che raccontava la quotidianità, le preghiere, le paure, i desideri. E poi la scoperta.
Gli operai egizi non erano schiavi, come spesso immaginiamo. Esistevano lavoratori specializzati, paghe, documenti, richieste di assenza. Mi ha fatto ridere il motivo ricorrente tra le giustificazioni: i litigi coniugali! Straordinaria l'opera dell'archeologo Ernesto Schiaparelli, che documentava minuziosamente gli scavi e che nel 1906 scoprì la tomba di Kha (capo cantiere) e Merit, la moglie,rimasta intatta.
Qui mi sarei fermata per ore.


Perché accanto alla morte riappare, prepotente, la vita. Parrucche, rasoi per la depilazione, trucchi per gli occhi, giochi da tavolo simili alla dama, tuniche, biancheria di lino, persino mutande. Ciotole per le spezie, suppellettili domestiche, oggetti che sembrano aver conservato il calore delle mani di chi li usava.E pure il righello ricoperto d'oro, dono del faraone a Kha. Ho immaginato Merit intenta a truccarsi, Kha che si veste, gioca in casa.
Per gli Egizi la magia era parte della quotidianità. La morte non interrompeva la vita, la trasferiva altrove. E ogni oggetto poteva servire per il grande viaggio. Poi la grandiosità delle sfingi che un tempo fiancheggiavano le vie dei templi. Statue di arenaria che vediamo color sabbia e che invece erano variopinte: rosso intorno alle labbra, nero intorno agli occhi, copricapi azzurri e gialli. L'ankh, la croce ansata, simbolo della vita eterna.
E infine la Galleria dei Re, con le monumentali statue provenienti dal complesso di Karnak, a Luxor.


Lì, davanti a Ramsesse II, mi sono sentita minuscola.

Guerriero, costruttore, faraone per 67 anni, vissuto oltre novanta. 60 mogli e 200 figli. Sulla testa la corona khepresh con il cobra, simbolo della regalità. In mano lo scettro ricurvo, sul corpo un abito cerimoniale dalle pieghe scolpite nella durissima granodiorite.
Ai lati delle gambe, la moglie Nefertari e il figlio Amonherkhepeshef, il tredicesimo, poi diventato faraone. Pietra che sembra carne. E penso a quante mani abbiano lavorato, scavato, inciso, dipinto. A quante vite abbiano contribuito a costruire ciò che oggi ci lascia senza parole. Che immersione!
Quando siamo uscite, avevo ancora negli occhi le sabbie del deserto, i volti delle mummie, le sfingi e gli sguardi di pietra dei faraoni. Ma Torino aveva deciso di riportarmi bruscamente al presente. Pioggerellina sottile. Cielo grigio. Aria fresca. Ombrellino? Eccolo, e pure rosa! Dall'Egitto dei faraoni alla Torino d'ottobre. Con qualche millennio sulle spalle e un ombrellino rosa sopra la testa.
Sto ancora ridendo!

