
EGITTO: IL TEMPO DEL NILO
Foto Antonio Da Re
Vent'anni fa avevo visto l'Egitto. O almeno così credevo. Oggi capisco che allora avevo solo attraversato i suoi luoghi, ma non avevo permesso loro di abitarmi.
Il primo incontro è con il Nilo. Ogni alba lo veste di luce nuova, ogni tramonto vi scioglie rame, oro e porpora. Le feluche passano lente senza spezzarne il silenzio, i bambini salutano dalle rive, le palme allungano ombre sottili sull'acqua.
A volte, dalla sponda, arriva il richiamo di una voce e per qualche istante tutto sembra sospeso. Anche il vento pare muoversi più piano, come se avesse imparato dal fiume a non avere fretta.
A poco a poco smetto di guardare l'orologio. È il fiume a decidere il tempo.
E mentre l'acqua scorre, mi accorgo che anche dentro di me qualcosa rallenta. Il cuore trova un passo più quieto, quasi assecondasse la corrente.
A Karnak entro in punta di piedi. Non alzo subito lo sguardo verso le colonne. Chiudo gli occhi. Il vento attraversa quella foresta di pietra con lo stesso respiro che forse sfiorava sacerdoti, scribi e pellegrini migliaia di anni fa. In quell'istante il tempo smette di essere una linea e diventa una presenza.
La Valle dei Re custodisce un silenzio che non intimorisce. Invita ad ascoltare. Davanti ai colossi di Memnone il sole accarezza la pietra come se la svegliasse ogni mattina da un sonno antico.
Poi arriva Abu Simbel.
Ramses II continua a guardare l'orizzonte con la pazienza di chi sa che il tempo non è un nemico. Eppure anche quelle montagne scolpite hanno avuto bisogno delle mani degli uomini per essere salvate, smontate e ricostruite pietra dopo pietra perché l'acqua non cancellasse la loro storia. In quel momento comprendo che custodire è forse il gesto più grande dell'amare.
L'Egitto, però, non entra soltanto negli occhi. È polvere che si posa sulle ciglia e rende lo sguardo più profondo. È il sole che asciuga la bocca fino a lasciare sulle labbra il sapore del deserto. È il profumo del cardamomo che si intreccia alla menta nei vicoli del bazar. È la sabbia che rimane sulle scarpe molto dopo averla lasciata alle spalle.
E mi sorprendo a pensare che forse sto diventando una mendicante di emozioni. Cammino raccogliendo ciò che non pesa: un riflesso sull'acqua, il sorriso improvviso di un bambino, l'ombra di una palma, il silenzio di un tempio, il volo di un airone sul Nilo.
Il Cairo irrompe con il suo respiro febbrile. Le voci, il traffico, i profumi delle spezie sembrano voler recuperare il tempo che il fiume aveva rallentato. Poi, quasi all'improvviso, oltre il profilo della città emergono le piramidi. Non sembrano dominare il deserto. Sembrano appartenergli, come se la sabbia le avesse generate.
Nel Grand Egyptian Museum mi soffermo davanti ai tesori di Tutankhamon, ma sono gli oggetti più semplici a trattenermi più a lungo. Una ciotola. Un sandalo. Un piccolo frammento di vita quotidiana. Mi domando quante mani li abbiano sfiorati, quante esistenze abbiano attraversato per arrivare fino a noi.
L'ultima sera torno sul ponte.
Il Nilo scivola nel buio senza fare rumore. Sopra di me il cielo è così colmo di stelle da sembrare più vicino della terra. Non c'è quasi più nulla da vedere.
E proprio allora comincio a capire.
Non sono più la donna che vent'anni fa cercava luoghi da vedere. Sono diventata una mendicante di emozioni. E forse è questo il dono più prezioso che vale davvero la pena mettere in valigia e riportare a casa.
Qualcosa di invisibile, che non si consuma e che il tempo, invece di portare via, sembra rendere ancora più prezioso.