SARAJEVO: Il primo cappello

SARAJEVO: Il primo cappello

Il sole  mi picchiava dritto in testa. In quel mezzogiorno d’agosto,   trafiggeva come coltello affilato.
La luce bollente mi rincorreva
ovunque, anche tra le viuzze più appartate.
Nel centro antico di Sarajevo,
tra le scarne tende dei negozietti, l’ombra era un miraggio. E io, che non
avevo mai indossato un cappello, accarezzavo quell’idea come geranio assetato.
La mia disperata ricerca di un cappello
era contrastata dalla certezza che mi avrebbe reso ridicola.  
Eppure, mentre infilavo occhi e
gambe negli angusti  bazar colmi di ogni
stramberia, la mia testa reclamava un riparo. Trovava invece tappeti polverosi,
zuccheriere smaltate, penne a forma di bossolo di bomba, portacenere in onice.
Difficile perfino respirare in quell’aria secca.  
 L’uscita obbligatoria dal dedalo di stradine
conduceva ad una moschea.
Sul piazzale, un formicaio umano si
alzava, si abbassava, si stendeva, al ritmo di litanie scandite dagli stessi,
infiniti versi.  A sinistra le donne, a
destra gli uomini.
Vicino alla fontana centrale una
fila ordinata di scarpe, ciabatte e sandali di ogni misura, attendeva  non so cosa. Un po’ come me, ipnotizzata dalle
movenze dei fedeli in preghiera.
“Signora, signora” sentii
chiamare.
Mi girai verso la voce femminile dall’accento
straniero e dalla o stretta.
Incontrai un sorriso a mezzaluna
sotto due piccoli occhi azzurri che guardavano proprio me.
 Il viso lucido di una donna di circa
sessant’anni  sembrava di celluloide.  Era dolce mentre mi salutava con un inchino
appena accennato.
Il rossetto color pomodoro maturo
 stonava con il vestito lungo, rosa,
dalla scollatura a barchetta.  
“Italiana?” mi chiese. “Sì”
risposi. “Di dove?” “Di Venezia”.  “ Io
lavorato tanti anni a Milano come guida e…”.
 Le sue parole uscivano dalla bocca fluenti e
scorrette ma non ne seguivo il senso.  Di
lei mi interessava soltanto il  cappello  bianco che portava sulla testa. A falde
larghe e traforato, rifletteva le geometrie su tutto il candido collo.
Le stava bene. La faceva sembrare
una Barbie attempata.
 Lei continuava a raccontare di quando
accompagnava  i gruppi serbi in Italia.
 “Io no più guida qvi, io perso diritto al
lavoro in Serbia. Quelle guide giovani hanno studi. Io no. Io vecchia”.
La ascoltavo più attentamente ora.
“Mi dispiace” le dissi.
 “Posso offrire caffè turco lei? Forse no piace
lei turco? Bene caffè normale?”
“Grazie, magari dopo” le risposi, camminando
più veloce per stare al passo con la mia guida ed il gruppo. Lei mi
seguiva,  come un simpatico segugio.
 “Questa non ci voleva” pensai “come faccio
a  scaricarla!”
“Cosa poter fare io per Lei?” mi
chiese dopo un monologo di mezz’ora.
“Dove posso trovare un cappello
come il suo?” le chiesi.
“Qvi no c’è. Però io regala lei,  bella signora italiana”.
“No, si figuri. No,
grazie”.  
Ma il  cappello aveva già cambiato testa. In un
attimo era sulla mia.
Io,  statua muta. 
Falce di luna il sorriso della signora. 
“Prego, prego” continuava a
dirmi.
“Voglio almeno pagarla” le dissi,
una volta ritrovata la voce.
 “Mio regalo. No euro per me. Mi saluti Italia
per favore?”
Su questa, accorata, richiesta iniziava
ad indietreggiare con prudenza.
Col braccio destro alzato, le
dita della mano aperte,  mi salutava.
Senza cappello sembrava più
anziana, con una leggera gobba.  
I capelli  biondo stoppa le cadevano sulle spalle, senza
corpo.
La sua esile figura, dignitosa ed
elegante, spariva tra la folla di un’altra moschea  di Sarajevo.
“Che bel cappello. Dove l’hai
comprato?” mi stava chiedendo una signora del mio gruppo. 
“Più che cappello è una lezione di
quanto possa essere nobile la miseria” spiegai.
Più  a me stessa che a lei.
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pierina gallina

pierina gallina

Ho un nome e un cognome che non si dimenticano. Sono appassionata di scrittura, poesia, viaggi, libri e persone, in particolare bambini e saggi. Ho pubblicato cinque libri e sono una felice nonna di 7 nipoti, da 6 a 18 anni, mamma di tre splendide ragazze, e moglie di un solo marito da quasi 50 anni. Una vita da maestra e giornalista, sono attratta dalla felicità e dalla medianità, dallo studio della musica e degli angeli. Vi racconto di libri, bambini, nonni, viaggi, e del mio Friuli di mezzo, dove sono nata e sto di casa, con i suoi eventi e i suoi personaggi. Io continuo a scrivere perchè mi piace troppo. Spero di incontrarti tra i fatti e le parole. A rileggerci allora...

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