NEPAL, orizzonti interiori con Abacoviaggi 23/11-3/12/2025

NEPAL, orizzonti interiori con Abacoviaggi  23/11-3/12/2025

NEPAL, orizzonti interiori con Abacoviaggi 23/11-3/12/2025

NEPAL… Himalaya e trentatré milioni di dei       

Da Venezia a Kathmandu l’uccello di latta borbotta, inghiottendo il blu. Sorseggio un’attesa leggera, senza forma. Kathmandu arriva prima di farsi comprendere. Sa di incenso, spezie, terra umida. Ed è il Nepal. Un nome che smette di essere geografico e diventa esperienza.
Namasté.!

Città e villaggi scorrono tra bandiere che parlano al vento, cani sacri distesi all’ombra, statue di dei dagli occhi antichi. In lontananza l’Himalaya osserva. Nella Valle di Kathmandu scopro che “prima del sole e della luna il Nepal già esisteva”. Qui il tempo non è una linea, ma un cerchio, e induisti e buddisti pregano nello stesso respiro. Brahma, Vishnu e Shiva tengono il Nepal in equilibrio. Trentatré milioni di dei ne abitano ogni dettaglio.

L’accoglienza è vera, a mani giunte. In una fabbrica della lana ci aspettano doni semplici: un berretto, un fazzoletto rosso, tè caldo, biscotti, uova alla coque. Poco sopra, su una collina, Vishnu svetta per venti metri, il leggendario Guru Rinpoche Padmasambhava riposa nella sua grotta, e i templi si inseguono come sillabe sconosciute. Nel monastero-scuola di giovani monaci capisco che il viaggio può essere educazione alla pace.

Kathmandu è un gentile caos di quattro milioni di vite. A Swayambhunath, il Tempio delle Scimmie, i macachi ci studiano saltando e gridando. Al tramonto la stupa si accende e i canti si infilano sotto la pelle. A Pashupatinath le pire ardono senza sosta. La vita e la morte vanno a braccetto, serenamente. Un mantra resta inciso: “Se hai tempo medita cinque minuti, se non hai tempo medita un’ora”. Qui nulla è nascosto, nemmeno l’addio.

Patan e Bhaktapur parlano con il metallo, con le mani degli artisti, con piazze vive, con le voci degli studenti in divisa e dei venditori. E con i templi reali con porte d’oro e le campane tibetane che sanno guarire. A Boudhanath, la stupa più grande al mondo, l’energia è palpabile. Ruotare settecento campane meditative ci fa sentire parte di un flusso cosmico.

Al monastero femminile di Kopan il tempo rallenta. Niente telefono né orologio. Sveglia all’alba, preghiera nella Hall della Puja, luce sottile, canti che curano. Quattrocento monache, alcune bambine, si muovono come in un unico passo. Ogni loro gesto è sacro. Apprezzo il valore del cibo frugale e dell’acqua calda, bevanda di ogni pasto. Mister Tengyur, monaco secondo solo al Dalai Lama, arriva da lontano per parlarci di compassione, di cuore aperto, della felicità che nasce dalla cura e non dalla mancanza di problemi. I pensieri diventano piume. Tre giorni senza wifi insegnano a cogliere la minima meraviglia.

Il pullman azzurro ci porta a Nuwakot, villaggio medievale a 1850 metri, immerso in foreste fiorite, con l’Himalaya leggermente imbiancata come vedetta. Ovunque bandiere colorate, matrimoni induisti, danze, doni, allegria e gentilezza.

Al Famous Farm la quiete è totale. Svegliarsi in un letto caldo, in una stanza di due secoli, è incendio di sensi. Pupille sui fiori, orecchi ai grilli, naso tra aromi mielati. Gli amici del gruppo sono baciati dal sole e la loro compagnia è balsamo puro, come passeggiare fino al villaggio, pranzare sul bordo della vallata, salutare il giorno con un hot ginger lemon davanti al tramonto rosa dell’Himalaya.

L’ultima sera? Pizza da Annamaria, italiana per amore a Kathmandu, e un incontro inatteso con l’alpinista Simone Moro, che ammicca la cima più alta del mondo come fosse dietro casa. Tutto è scorta per lo stupore.
E resta lei, fedele come un mantra: la gratitudine.
Namasté!

Giorno per giorno:  con accompagnatori Alberto Cancian, Pierpaolo Di Nardo. Guida  Subash. Siamo in 18

23 dicembre 25 Venezia-Istanbul  Turkish Airlines         Posto 25F

Le ruote graffiano la pista e l’aereo Turkish si alza borbottando. Venezia si fa piccola e lontana. Solo San Marco svetta e si fa puntino nell’acqua. Ormai l’uccello di latta sfiora le nuvole fino a esserne inghiottito. Sembra esitare. Invece prosegue il suo volo, verso Istanbul. Ciuffi di nubi spuntano a biancheggiare il vestito di madonna che è il cielo. Le ciglia si abbassano, leggere.
La pace e un senso bello di appagamento mi accarezza. I pensieri cullano il dono di un nuovo viaggio. In Nepal, nome sentito solo da qualche parte. Zero aspettative. Immensa gratitudine.  Notte in volo – 6 ore di differenza.
 24 novembre: 2° giorno  Katmandu- Swayambhunath
Dopo tre giorni senza wifi … ce la metto tutta per raccontarvi il tripudio di meraviglie che stiamo vivendo, tra programma e sorprendenti fuori programma. Tra namastè, luoghi, sorrisi, accoglienza genuina.
Ci provo.
2° giorno: lunedì 24 novembre: Katmandu Caos sorridente in questa città di 4 milioni di abitanti. Con il palazzo reale e il tempio del 1562, oltre a una collana di templi. Uno attaccato all’altro…
Nel pomeriggio eccoci a Swayambhunath o Tempio delle scimmie, patrimonio UNESCO, con una infinità di macachi, posizionato sulla collina. Al tramonto è spettacolare.
È l’ unione di due religioni: induista e buddista. Insieme la pagoda, la stupa con la reliquia del Buddha al centro, la sikkara. Buddha è nato in Nepal: 34 denti, cappelli ricci, braccia lunghe, terzo occhio quale simbolo di chiaroveggenza. Tra danze, mantra, macachi, a respirare luoghi. In un abbraccio collettivo. Ecco il mantra nepalese: Pazienza – Ottimismo – Fortuna
25 novembre 25 – 3° giorno  Valle di Kathmandu – fabbrica di lana
Ho imparato che… *”Prima che il sole e la luna nascesse il Nepal già esisteva”… * Nepal, la nazione della meditazione, la casa di Shiva. * Induisti e buddisti vivono in armonia. *Ci sono 33milioni di dei.  I più importanti?
Bramma, creatore, con 4 facce o punti cardinale – Visnu, conservatore a 4 braccia – Shiva, distruttore e ricreatore con il ballo. Ha il tamburo e il tridente. Tanti anche i fuori programma di oggi, come il Tempio Mepii (della vecchia nonna) induista, non turistico, puro, con alberi secolari e colonie di colombi.
Ed è perfezione di benessere. Per l’anima, prima di tutto.
La fatica della scalinata si fa dolcezza e gratitudine per averla potuta percorrere. Accoglienza meravigliosa nella fabbrica di lana, di amici di Alberto.
Ci donano un berretto ciascuno e il fazzoletto rosso come dono di benvenuto, il thè, biscotti e uova alla coque, sorrisi e abbracci.
Poi in collina, al cospetto della statua più alta del Nepal, alta 20 metri del Dio Visnu, dopo essere entrati nella grotta di Padmasambhawa, maestro buddista del 700 e in templi dai nomi impossibili. E in un monastero -scuola di giovanissimi monaci.
Prova che l’itinerario non è classico, ma vocato a luoghi portatori di cultura e pace, anche in siti non turistici.
*Sensazione di svuotamento
mi sfiora i pensieri,
che si fanno piumino
al venticello di primavera.
E corro,
con gambe di uccelli
migratori
scrittori di Infiniti
scampoli di eternità.
26 novembre 25 – 4° giorno:  Katmandu – Patan – Bhaktapur
Oggi ho imparato: “Se hai tempo medita 5 minuti. Se non hai tempo medita un’ora”. La meditazione è per tutti e prolunga la vita. Fa bene.
Con questo insegnamento inizia la giornata a Pashupatinat, con il Tempio più importante del Nepal e del mondo, apice di devozione tutelato UNESCO. Qui si respira l’atmosfera di Varanasi, in India del nord. Il suo alter ego, grazie all’affluente del Gange e alla collina sacra. Luogo benedetto, dimora di Shiva, il Dio costruttore e generatore, pacifico signore degli animali.
Si viene a morire qui. E a farsi cremare. Per andare in paradiso più velocemente, prima della cremazione, vengono bagnati i piedi nel fiume. Non si cremano i bambini sotto i sei mesi e le donne incinte, che vengono seppelliti. Sulle piattaforme ogni giorno si bruciano 30/40 corpi in contemporanea. Si accatastano 5 livelli di legna.
Dopo tre giri in senso orario, la salma viene coperta con paglia bagnata, e il fuoco inizia dalla bocca. In circa tre ore il corpo si fa cenere. Gli induisti la gettano nel fiume.
I Buddisti ne tengono un po’ per la Stupa o tempio funerario.
Dopo la cremazione, per 13 giorni i parenti non mangiano certi cibi. Al 13simo giorno i figli maschi si vestono di bianco e si radono. Vedove di bianco per un anno. Mai di rosso.
Questo luogo ha potenti nodi dell’energia mondiale e la quercia plurisecolare, connettore tra cielo e terra, e il “ficus religiosa”, albero sacro.
Tutto è sacralità, qui.
Anche il nostro abbraccio agli alberi e tra di noi, uniti nel cerchio.
Pire ardenti,
insegnanti di vita
che sgorga
anche dalle fiamme.
Cenere,
fantasma di corpi rigidi,
annega
lenta
senza ritorno.
Visitiamo Patan, città della bellezza degli artisti, dei metalli. Tutelata UNESCO, fondata nel 299, è la più antica città della valle di Katmandu… Non ci sono turisti nella Piazza dei templi. O, almeno, nessun italiano. Entrare negli interni dei templi reali, con porte laminate d’oro, la dea Kalí con 18 braccia, nel cortile, capolavoro del 1500, é modo privilegiato di vedere luoghi stra-ordinari.
Dopo il pranzo in una alta terrazza che dà sulla piazza dei templi, conosciamo le Campane Musicali, dove vengono costruite. Le campane guaritrici sono realizzate con 7 metalli, tra cui l’oro.
Il suono dura 5 o 7 secondi. Aiutano a risolvere stress, insonnia, depressione. Anche problemi fisici, infiammazione muscoli, artriti, fisioterapia, mal di testa Le campane tibetane sono un flusso armonioso. La sera Alberto ci dona il loro concerto.
E la pienezza gioca a rimpiattino con il legittimo sonno.
  27 novembre 25: 5° giorno: Bhaktapur, la città dei devoti.
La città si sveglia con bimbi in divisa scolastica, gonnelline a pieghe, trecce con fiocchi, e colonna sonora di clacson e moto, Honda per lo più …
E sorrisi timidi a volte. Un po’ sorpresi di vederci. Al loro “namastè” a volte rispondiamo con innocente “ciao” fino a quando scopriamo che per loro significa “fungo”… E “ciao ciao” spaghetti nepalesi .
Molti vasai al tornio, forni per la cottura della ceramica, laboratori anche per giovani stranieri. In centro, la piazza dei templi, uno dopo l’altro. Sabato e martedì sono dedicati alla dea Kali, cui sono offerti in sacrificio capre, anatre, galli, pecore. Mai maiali, allevati solo dalla casta degli intoccabili. La mucca è sacra, come i cani.
Bactakur è legata al numero 99 … Templi, laghetti, piazze, palazzi, fontane. Qui è stato girato il film “Piccolo Buddha”, di Bertolucci
A ogni passo qualcosa di sacro, forme, numeri, sono codici di informazioni presenti in ognuno di noi o codici dell’esistenza… Il Tempio di Changunaraya al tramonto rasenta l’incredibile.
Incendio di nuvole
scalda la natura,
sazia padrona.
Fa capolino la luna
a salutare le cime
dell’ Himalaya,
che si veste di porpora.
28 novembre 25 – 6° giorno: Boudhanath.
Tra il traffico a suo modo ordinatamente rumoroso salutiamo Bachtapur verso la Stupa più grande del mondo a Boudhanath. 47 metri di altezza, 560 metri di circonferenza. Come base tre piattaforme sormontate dagli occhi scrutanti di Buddha, 16 angoli tridimensionali, 700 ruote della preghiera,108 Buddha nelle nicchie, 13 scalini come i gradi conoscenza che portano al nirvana. Sul pinnacolo 27 chili di oro solo per la decorazione.
È luogo sacro di pellegrinaggio per i tibetani. Luogo meditativo ovvero dello spirito. Fatto 108 volte il giro equivale a 60.480 km. Ed è pellegrinaggio.
Dall’alto ha forma di mandala. Tutto chiuso, murato, contiene la reliquia di Buddha e il libro sacro.
Abbiamo la fortuna di assistere a un evento rarissimo: vedere il Rimpoce o vescovo, rappresentante del Dalai Lama, tenere la puja o preghiera. Ci benedice.
Assistiamo alla cerimonia e al canto di lunga vita che ci viene dedicato e alla concatenazione di eventi stra-ordinari e di “casi” – come poter posare il mattone sul marciapiede in restauro – che ci rendono consapevoli della fortuna che stiamo vivendo. Come pranzare sull’alta terrazza fronte stupa. O poter acquistare un mandala dipinto da mani maestre.
Energia fortissima
gonfia ogni poro.
Il sole biancheggia
la stupa e noi,
mentre giriamo
le 700 ruote della preghiera
nel grande cerchio.
Sabato 29 novembre 25: 7° giorno  Due notti in Nunnery del monastero femminile a Kopan. No wifi – no cellulare
Ore 4.25 sveglia per la Puja, la preghiera delle monache in tunica bordeaux. Alle 4.50 esco dalla cameretta, con giubbotto e scialle. Buio, con stelle sulla coperta del cielo orfano di luna.
Nessuno. Solo il canto di un gallo lontano e un assonnato abbaiare. Scendo fino alla Puja-Hall. Nessuno.
Eppure ero certa di aver sentito ore 5.00 la sera prima. Alle 5.00 arrivano i compagni di viaggio. Ore 5.20, nessuna monaca. La porta della Puja Hall si lascia aprire. Entriamo.
Un leggero calore ci accoglie. I lumi a olio sono accesi. Alberto intona “Aom” a voce grave. Gli facciamo eco. Chi appoggiato al muro, chi sdraiato sui tappeti imbottiti. Un balsamico silenzio condiviso fa da sfondo alla leggerezza.
Ore 6.10: nessuna traccia delle monache. Usciamo. Il sole nascente ci irrora le pupille. Inspiro a pieni polmoni la meraviglia assoluta dell’essere qui. La città apre gli occhi. Un autobus lontano conquista la strada. Due cani color cappuccino si annusano. Altri sul tetto si salutano. Abbaiando. L’albero dai fiori gialli è spettatore discreto.
Torno in camera. Mi infilo sotto la coperta calda. Mi arrendo alla serena perfezione.
Ore 7.00 colazione
Uovo sodo, panacine dolci molto invitanti, marmellata di ciliegie e burro di arachidi. E acqua calda. Quanto mi piace!
L’ho scoperta ieri pomeriggio. Non bevendo il ciaj o the con latte mi è stata offerta l’acqua calda!
Dopo colazione la Puja c’è. Me la godo, con calzini più pesanti e scialle. Non l’hanno fatta stamattina per un motivo molto semplice: Oggi è sabato. Giorno di festa.
Alberto ci accompagna al Comba New, un tempio quasi pronto, il più grande tibetano. È tutto un simbolo decorato.
Da perderci l’orientamento! Pierpaolo chiede di scrivere ciò che vediamo.
Allora mi affaccio alla balconata della grande terrazza. Il sole mi penetra la fronte con gommosa spada. Monaci solitari sembrano statuine del presepe.
Chi legge camminando, chi dondolandosi da inginocchiato, chi sul tetto. Chi lava le stoviglie prendendo l’acqua da una gomma, chi porta via i bidoni, chi saluta a mani giunte.
Un piccolo monaco sui sette anni beve un succo di frutta e saltella. Sulla strada sottostante un ragazzo dalla pelle di mogano lustra l’auto nera. Lo specchietto metallizzato riflette la città.
Le case sono grigie, con tanti occhi a forma di finestra.
Antenne svettano, quasi a omaggiare gli aerei che solcano l’azzurro.
Una casa spicca tra le altre per il colore verde limone acerbo. Tre piani più la terrazza. I vetri delle finestre a specchio. Tre fili tesi sostengono la biancheria messa in ordine di colore e di taglia.
Il filo a sinistra sostiene piccoli abiti. Che ci siano bimbi è dimostrato da due altalene verdi, di ferro. Il tempio in costruzione è ancora grigio, ma ha la forma di Stupa.
Muratori magri come spaventapasseri iniziano il lavoro. Anche se è sabato, giorno di festa. Sorpresa: sta per arrivare mister Tengoyuir, il Gran maestro del monastero, secondo solo al Dalai Lama.
Ore 10.15 arriva. Sorridente. Si accomoda sul trono, si definisce felice di essere con il nostro gruppo. Dopo la breve meditazione, chiarisce i fondamenti del buddismo.
Compassione, amore gentile, cuore aperto, mente in pace. Ogni creatura vivente desidera una vita felice Felicità non è assenza di problemi, ma la capacità di risolverli.
Tenere a bada la mente, affinché non sia più il nostro capo. Attenzione alle cause dell’ infelicità: desiderio, ignoranza, la rabbia.
Ore 11.45: pranzo – della loro domenica – semplicità fatta ottimo cibo. Riso, momo vegetale, verdure miste, crude e cotte, zuppa di lenticchie. Acqua calda.
Pranzo goduto davvero. Con banana finale, acquistata ieri da Pierpaolo.
Dopo un apprezzato massaggio ayurvedico in città, la cena con zuppa di verdure, verdure cotte e pane azzimo. Acqua calda, ma, stavolta, scelta. Ormai mi sono abituata.
Si sta bene in questo luogo, che ospita 400 monache di ogni età, scuola compresa. Immenso e misterioso nella sua essenzialità.
Ancora più senza telefono. Leggerezza lievitante si accomoda in ogni mio tassello vitale. Un confortevole senso di pace mi canta la ninna nanna.
Mentre la luna cresce, indisturbata, lassù.
domenica 30 novembre 25: 8° giorno – Kopan – verso le pendici dell’ Himalaya – Nuwakot, villaggio medievale, terra dei fiori.
Con gratitudine, a occhi chiusi, inspiriamo il monastero per non scordarlo più.
E il pullman ingrana la marcia per 70 chilometri. In tre ore lascia la valle di Kathmandu, per arrivare a 1850 metri, vicino al ranch Himalayano, al confine con il Tibet.
Un altro mondo!
Il pullman azzurro borbotta e sballotta sulla strada sterrata. Foreste verdissime, visuali d’Himalaya, come dentro un film.
Avanza. Sulla sinistra bandiere colorate e allestimenti festosi annunciano un matrimonio induista. Ci fermiamo, tra il curioso e il sorpreso. Veniamo accolti con ogni onore, anche dalla sposa, che attende l’arrivo dello sposo. Danze, doni, musica, sorrisi.
Ci fanno sedere, poi i namastè sfilano innumerevoli. Arriva lo sposo, di bianco vestito, accompagnato da un folto stuolo di 400 invitati. Dopo la cerimonia, ci invitano anche a pranzo. Non possiamo rifiutare. Ci fanno sentire loro familiari.
Una ragazzina di 10 anni vestita d’oro, in fluente inglese chiede il nostro piatto preferito. Dico “spaghetti” e lei… “pasta, pizza. Non si spezzano gli spaghetti, vero?” Le chiedo “hai vissuto in Italia?” “No, non sono mai uscita dal Nepal, ma scrollo su YouTube”.
Una signora bella morbida, capelli corvini raccolti si avvicina a me. Con un sorriso a denti candidi mi sussurra “You are beautiful” e posa il suo voluminoso seno sulla mia guancia sinistra.
Mi prende le mani e io non so cosa dire. Mi giro verso Andrea: “vedi un po’ cosa mi capita… ci fai una foto?”
Lei mi chiede di fargliela vedere. Poi annuisce, soddisfatta
Durante il pranzo, sotto a un tendone colorato, due ragazzini, uno di 15 anni, elegante in blu e cravatta, sguardo intenso, si avvicinano ad Alberto e gli donano due barrette di cioccolato.
Alberto le divide in piccoli pezzi. Uno ciascuno, anche per loro. Il più giovane si commuove.
È questo l’amore! Tutti ci salutano come vecchi amici.
Sempre traballando, il pullman avanza e sale, sale. Sfiora un camioncino dal lato opposto e prosegue la corsa. Un breve trekking di 3 chilometri in salita mi fa decidere di fermarmi dopo poco.
La brezza gentile mi accarezza. Mi siedo e scrivo, mentre fuochi artificiali in lontananza annunciano una festa o matrimonio. Chissà!
Con Roberta raggiungo gli altri. Davanti a un tempietto, Pierpaolo sta leggendo un suo scritto. Alberto chiede a ognuno “credi?”
Si commuove quando tocca a lui rispondere. L’abbraccio collettivo è naturale vicinanza. Sotto l’albero del ficus religiosa il Bandevi Temple ascolta. Felice di averci lì.
Oggi, prima domenica di Avvento, la luce sgorga come acqua sorgiva. In questa foresta silenziosamente potente.
Il Villaggio medievale di Nuwakot è il nostro capolinea. Namastè gentili ci fanno da colonna sonora mentre, a piedi, raggiungiamo l’ Hotel Famous Farm, di 200 anni. Un un paradiso tra i monti dell’ Himalaya… Natura lussureggiante e quiete da capogiro benefico. Cena insieme sotto la luna e riposo assoluto al fresco caldo. Namastè!

Lunedì 1° dicembre 25: 9° giorno – Da Nuwakot a Katmandu

Svegliarsi in un letto caldo in una camera di 200 anni in the Famous Farm e uscire incendiandomi il cuore e ogni senso, non ha prezzo.
Occhi sui fiori e sull’azzurro intatto, orecchi ai grilli in concerto, naso ricco di profumi mielati. La pelle a grappoli lievitati.
Trovare gli amici del gruppo già a colazione baciati dal sole e i sorrisi accoglienti è puro balsamo.
Come passeggiare fino al villaggio medievale e al tempio, pranzare baciati dal sole, tra alberi di stelle di Natale e vista vallata, con tramezzini ricchi di ogni sapore, dalla cipolla al miele.
E poi salutare il giorno con un “Hot ginger lemon” davanti al tramonto con le cime dell’ Himalaya dipinte di rosa. E la serata? Mica cena qualsiasi. Noooo… pizza da Annamaria, un’italiana per amore a Katmandu.
Con super sorpresa… L’incontro con l’alpinista bergamasco Simone Moro, che sta per affrontare la scalata degli ottomila metri! Un orgoglio italiano amico di Alberto. Ora amico di tutti noi!
 Martedì 2 dicembre 25 – 10° giorno:Katmandu aeroporto. Direzione Istanbul
Dopo dieci giorni di sorprese a benevola raffica, ancora continuano in aeroporto.
Incontriamo i titolari della fabbrica di tessuti in lana e pure il pellegrino indiano conosciuto in monastero. Tra abbracci gioiosi si susseguono i click di gruppo. Giusto per non perdere l’abitudine.
E il “firi riri ” il ritornello della canzone di Subahs, la splendida guida che ha condiviso questi giorni con noi. Definendoci “gruppo unico, di alta spiritualità e valori senza pari.”
Una virgola di nostalgia ci accomuna, mentre Istanbul è all’orizzonte, dopo 8 ore di volo su Turkish Airline. Un scintillante hotel 5* ci apre le porte. In centro storico, comodo per l’ultima cena insieme in un localino tipico.
Birra? Eeeh no… Niente alcool da queste parti!  Ma dolci super e cibo degno di essere ricordato… Buonooo!
Mercoledì 3 dicembre 25: ISTANBUL e ritorno a casa
Nepal, si torna a casa. Ma solo dopo la quasi giornata a Istanbul (Turchia)…
Ed è la mattina del 3 dicembre.
Adrenalina, quella buona, dà sprint ai passi, che conducono alla piazza dei capolavori più incredibili di Istanbul: Santa Sofia – anche se 50 euro di ingresso mi sembrano tantini – palazzo Topkapi e moschea Blu. E il Bosforo, il fiume che separa Asia dall’ Europa, regala visuali morbide. Non sarebbe stato Istanbul senza il Gran Bazar, dove perdersi e ritrovarsi a comprare qualcosa. Sì, perché è difficile resistere alla sua miriade di tentazioni!
Ma l’ora del ritorno si avvicina. Si torna in hotel, valigie, navetta, aereo Turkish Airline, e… Venezia. Leggeri, forse con una punta di stanchezza, atterriamo, accolti dalla pioggia.
E chi se la ricordava? Il tempo dei saluti e degli abbracci vola e porta con sé gratitudine per un viaggio nel fuori e nel dentro.
Uno di quelli che accadono come miracoli, oasi perfette dove rannicchiarsi. Con pazienza – ottimismo – fortuna. I tre mantra del Nepal. Ormai scolpiti come lussuosi tatuaggi.
E infinita fila di Grazie. Alla VITA, prima di tutto!
“Quel ritiro di meditazione nel monastero abbarbicato sulle colline di Kathmandu mi cambiò la vita 🏞️
non solamente perché concluse quel viaggio incredibile ma perché grazie a quei giorni iniziai a entrare con Gioia nella Natura interiore delle cose e di me 💓
Quest’anno, quasi dieci anni dopo, condurrò un gruppo di anime meravigliose in Nepal e alle pendici dell’Himalaya 🙏🏻 chissà, magari potresti esserci anche tu 🤩
E, come in un sogno vivido nel quale le atmosfere dell’anima si fanno già presenti, entreremo anche in quel monastero, come un viaggio nel viaggio, nel cuore del mondo e delle nostre vite 💞
L’avventura con AbacoViaggi e PierPaolo Di Nardo continua, fino in capo al mondo!
E in questo Ferragosto di fuoco sogniamo già le pendici dell’Himalaya e il Nepal in arrivo a novembre” Alberto Cancian  (Agosto 25 – facebook)

pierina gallina

Ho un nome e un cognome che non si dimenticano. Sono appassionata di scrittura, poesia, viaggi, libri e persone, in particolare bambini e saggi. Ho pubblicato cinque libri e sono una felice nonna di 7 nipoti, da 6 a 18 anni, mamma di tre splendide ragazze, e moglie di un solo marito da quasi 50 anni. Una vita da maestra e giornalista, sono attratta dalla felicità e dalla medianità, dallo studio della musica e degli angeli. Vi racconto di libri, bambini, nonni, viaggi, e del mio Friuli di mezzo, dove sono nata e sto di casa, con i suoi eventi e i suoi personaggi. Io continuo a scrivere perchè mi piace troppo. Spero di incontrarti tra i fatti e le parole. A rileggerci allora...

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