Corso di scrittura creativa “Racconti di viaggio” – 30 nov 11/1 febbr 2012 - Pierina Gallina news

Corso di scrittura creativa “Racconti di viaggio” – 30 nov 11/1 febbr 2012

Dal 30 novembre 2011 al 1° febbraio 2012 ho frequentato il Corso di Scrittura creativa sul racconto di Viaggio. Significativa l’esperienza, condivisa con altre 18 persone che amano scrivere e con i relatori Mauro Daltin e Lorenza Stroppa, scrittore ed editor. A Codroipo (UD) in Biblioteca. Il corso è stato promosso dal Pic. Grazie a Gabriella Cecotti che ne è l’anima.

                                                          A Valvasone (22 gennaio 2012)                           
                            
                                   Lo scrittore Emilio Rigatti autore di molti libri di viaggio

                                          Mauro Daltin, relatore e presidente di Bottega Errante

                                                                      Lorenza Stroppa

                                               I RACCONTI che ho scritto ( come “compiti”)

    X 14/12/11                                RACCONTO da una
FOTOGRAFIA
                                     OCCHI VERDI MADE
IN INDIA






Il cuore della città vecchia di Jaipur è qui, con i maestosi palazzi che i
Maharaja fecero dipingere di rosa in segno di ospitalità.
Lo smog non lascia spazio al sole.
L’aria è polverosa e secca.
Entra nella gola e smorza il respiro.
L’assedio di mendicanti mi distrae dalle meraviglie architettoniche e
dall’urgente colpo di tosse mentre la nebbiolina s’infittisce e le fisionomie
umane si incollano fra loro e a me. Lingue forestiere a cantilena velocissima
bombardano le orecchie per vendere penne e cartoline. Con un po’ di timore
guardo meglio quei giovani maschi che si confondono con mamme bambine e neonati
semi nascosti dai sari.
Tra il frullare di mani e visi, uno attira la mia attenzione e mi fa uscire
un “Che begli occhi”.
 Il resto sparisce d’incanto e
rimangono solo loro: due, straordinari, occhi verdi.
Due pagine di vita spalancate sul viso di una giovane ragazza. Occhi
luminosi e sereni, con un sottofondo di dialogo le cui parole sono il battito
di ciglia ed il tremolio impercettibile dell’iride.
Mi entrano nell’anima come scheggia bollente.
Noto la profonda cicatrice sotto le labbra carnose e l’anello d’argento
sulla narice sinistra, i capelli neri orfani di pettine, con riga indefinita
sulla testa.
Io guardo lei, lei me. Ha la sua bambina di pochi mesi in braccio che le
assomiglia in tutto. Ma la tiene indietro, quasi a proteggerla da sguardi
indiscreti.
Col sari verde e rosa un po’ sciupato, si fa avanti rispetto agli altri e
mi dona un sorriso di denti bianchissimi, diradati a tratti, concedendosi alla
fotografia.
Dopo il mio click la sua mano mi tocca il braccio nell’evidente attesa di
alcune rupie.
Una saetta nella pancia mi fa guardare meglio quella mano calda sulla mia
pelle. E’ piccola, affusolata, ambrata e sporca. Le unghie contornate da un
sottile profilo nero. Ma il tocco è dolce e lei mi fissa dalla testa ai piedi
con intensità decisa e supplichevole.
So che non è giusto darle denaro, che tra quei ragazzi che vendono
bracciali c’è sicuramente qualcuno pronto a rubarglielo o a picchiarla. Ma con
me ho solo la macchina fotografica e glielo spiego come posso, in un miscuglio
di gesti e parole. Lei abbassa lo sguardo, rassegnata e delusa. Un brivido
ghiacciato dallo stomaco ai piedi va di pari passo con il rosario di pensieri,
ormai padroni della mia razionalità.
E sento la mia voce dirle “Sei bellissima” . Mi fissa ancora. Continua a
sorridere, con la mano tesa e mille discorsi ingabbiati nell’iride dei suoi
occhi verdi.
Ad un tratto il suo sguardo si posa sul mio bracciale di perline bianche e
luccicanti. Apre la bocca disegnando un “Oooh” di meraviglia, inarcando le
sopracciglia perfette.
L’idea di darglielo scocca proprio quando sento gridare il mio nome da una
voce familiare che mi dice “Sei l’ultima, vieni”.
Corro sulle strisce pedonali, schivando auto e moto impazzite. In un baleno
salgo sul pulmino arancione già in moto che parte mentre la porta è ancora
aperta.
Mi siedo al mio posto e con lo sguardo fino all’ultimo finestrino rincorro
quella ragazza, la “Mia” ragazza dagli occhi verdi.
Ma è già di spalle. Non le interesso più.
Di lei mi rimangono una fotografia e un braccialetto di perline bianche e
luccicanti che non sono riuscita a regalarle.
x 21 dicembre 2011     RACCONTO  in 3°, 1° PERSONA e da UN PUNTO DI VISTA
DIVERSO                                               
 
                                                                
CARTOLINE IN VIAGGIO
In 3° persona:
“Ti accendo il
caffè” . “No, l’ho già acceso. Stai  a
letto ancora un po’. E’ presto”. Un lieve bacio e la porta d’ingresso
sbatte.  L’ auto  in moto e il portone  automatico si chiude.
Il silenzio avvolge
la casa bianca dalle saracinesche rosse che si confonde  con il buio. 
Nemmeno uno spicchio di luna in cielo. Sulla strada le auto ancora non
passano. Sono  le cinque.
“Click”. La luce
dell’abatjour  modello retrò rende ancora
più pallido il viso di Luisa e più 
evidenti le lentiggini. Indecisa se svegliarsi o no, posa sguardi
vagabondi sui quadri di fronte al letto. 
Visi  ad acquerello e paesaggi in
cornici dorate le piacciono sempre. Sono stati dipinti da sua figlia, quando
era bambina. 
Luisa sta bene nel
letto rosa, nella sua camera rosa. Montagne di libri ovunque e orecchini
infilati nel portagioie a forma di cuore. E i vestiti di ieri buttati sulla
poltroncina bianca. 
Suo marito starà
fuori fino a sera.  Luisa, respira con un
lungo “Ahhh”che le solleva lo stomaco, 
la li- ber- tà, quella di decidere cosa fare in una mattina da sola. Ma
è  venerdì, quindi alle otto deve essere
a scuola.
“Oh! Dio. Tra pochi
giorni è Natale”. Il pensiero improvviso la sveglia del tutto.  Stropiccia gli occhi e si appoggia  allo schienale del letto.  Sono le sei.
Apre il cassetto di
mezzo del comodino bianco, dove 
tiene  carte da lettera,  foto buttate a caso e cartoline.
 Le 
prime ad apparire sono  quelle che
l’anno scorso non era riuscita a scrivere. E più sotto, quelle ricevute,   in un pacchetto chiuso da elastico. Con
paesaggi innevati e brillantini, e frasi 
di persone dimenticate o che non ci sono più o che non hanno il
computer. Carte piegate in buste  rosse,
gialle e bianche,  le passano tra le
mani. Luisa legge di ognuna il mittente e gli auguri di  buon Natale e felice anno nuovo scritti in
grande e con affetto.    
Poi  prende la 
prima penna che trova sul comodino, 
quella viola  panciuta. Con lei
decolla  per un urgente viaggio  a braccetto con i ricordi, per il tempo
necessario a far fiorire  auguri.  Sui  cartoncini
bianchi,  come per magia, Luisa vede
sbocciare  visi e gesti  che si lasciano cullare in un lento battito
di ciglia.
In 1° persona:
“Ti accendo il
caffè” . “No, l’ho già acceso. Stai  a
letto ancora un po’. E’ presto”. Un lieve bacio e una porta sbatte.  L’ auto 
in moto e il portone  automatico
si chiude.
Sono le cinque.
Dalle  fessure delle saracinesche rosse
vedo solo buio. Nemmeno uno spicchio di luna in cielo. Silenzio.
Al caldo, nel mio
letto di ferro battuto rosa, nella mia camera rosa, respiro la  li-ber-tà. Quella di decidere cosa fare in
una mattina da sola.
Non ho sonno.
Accendo l’abatjour. “No, non posso certo dormire. Per prendermi in tempo
potrei  cominciare a scrivere le
cartoline. Sì, lo faccio subito”. Apro il cassetto di mezzo del comodino dove
tengo  carte da lettera,  foto e cartoline.
Le prime ad
apparirmi sono  quelle che l’anno scorso
non ero riuscita a scrivere. E più sotto quelle ricevute, che mi piace tenere
in un pacchetto chiuso da elastico. Hanno i paesaggi innevati ei  brillantini. 
Mi passano  tra le mani in
buste  rosse, gialle e bianche con
indirizzo e mittente.  Grafie di persone
dimenticate o che non ci sono più mi fanno gli auguri di buon Natale e felice
anno nuovo.   “E’ proprio bello ricevere
le cartoline. Sapere che qualcuno le ha comprate, scritte e spedite pensando a
me” penso.  
Con la penna viola,
la prima che trovo sul comodino, comincio a scrivere. “10 dicembre 2011” e  un razzo di parole   fa 
fiorire  auguri.  Sui cartoncini bianchi, con brillantini e
babbi Natale, vedo sbocciare  visi e
gesti  che si lasciano cullare in un
lento battito di ciglia.
Sono le sette. Devo
andare a scuola. 
Dal punto di vista
della penna viola
 Ma quanto scrive questa Luisa. Anche stanotte
mi ha spremuto sul suo diario.  Buttata
di traverso sul comodino, tra salviette, libri e creme, ho riposato pochissimo.
Come se non bastasse,    “Ti accendo il
caffè”. “L’ho già acceso. Stai  a letto
ancora un po’. E’ presto”, mi ha svegliato di soprassalto.
Ho sentito  la porta d’ingresso  sbattere, l’ auto allontanarsi e il
portone  automatico chiudersi. 
Il silenzio  improvviso 
nella stanza rosa mi ha terrorizzato. Conosco molto bene Luisa.  So che quando rimane sola, di mattina o di
sera, nel letto caldo,  lei scrive. E
sceglie me. Perché sono la sua penna preferita. Perché ho la punta affilata e
ho la pancia al punto giusto.
Per fortuna  oggi è venerdì e alle otto deve essere a scuola. 
All’improvviso mi
sbatte contro un paio di orecchini verdi mentre traffica sul comodino bianco,
diretta al  cassetto di mezzo.   “Oh no! Se prende le carte da lettera sono
fritta. Lì ci sono le cartoline che l’anno scorso non era riuscita a scrivere.
E quelle coi paesaggi innevati e brillantini che  tiene di ricordo.”
 La vedo 
prendere in mano carte piegate, buste 
rosse, gialle e bianche con indirizzi e mittente.
La spio mentre legge
e sorride. 
Mi solleva.
I suoi polpastrelli
caldi mi avvolgono e mi puntano decisi su piccoli cartoncini bianchi.
Danzo felice su  ghirigori che non comprendo ma che devono
essere molto importanti per lei.    
X  11 gennaio 2012                   INCONTRO CON DIALOGHI
                                                            IL PRIMO
CAPPELLO
Il sole  mi picchiava dritto in testa.
 In quel mezzogiorno d’agosto,   trafiggeva come coltello affilato.
La luce
bollente mi rincorreva ovunque, anche tra le viuzze più appartate.
Nel
centro antico di Sarajevo, tra le scarne tende dei negozietti, l’ombra era un
miraggio. E io, che non avevo mai indossato un cappello, accarezzavo quell’idea
come geranio assetato.
La mia
disperata ricerca di un cappello era contrastata dalla certezza che mi avrebbe reso
ridicola.  
Eppure,
mentre infilavo occhi e gambe negli angusti 
bazar colmi di ogni stramberia, la mia testa reclamava un riparo. Trovava
invece tappeti polverosi, zuccheriere smaltate, penne a forma di bossolo di
bomba, portacenere in onice. Difficile perfino respirare in quell’aria secca.  
 L’uscita obbligatoria dal dedalo di stradine
conduceva ad una moschea.
Sul
piazzale, un formicaio umano si alzava, si abbassava, si stendeva, al ritmo di
litanie scandite dagli stessi, infiniti versi.  A sinistra le donne, a destra gli uomini.
Vicino
alla fontana centrale una fila ordinata di scarpe, ciabatte e sandali di ogni
misura, attendeva  non so cosa. Un po’
come me, ipnotizzata dalle movenze assurde dei fedeli in preghiera.
“Signora,
signora” sentii chiamare.
Mi
girai verso la voce femminile dall’accento straniero e dalla o stretta.
Incontrai
un sorriso a mezzaluna sotto due piccoli occhi azzurri che guardavano proprio
me.
 Il viso lucido di una donna di circa
sessant’anni  sembrava di celluloide.  Era dolce mentre mi salutava con un inchino
appena accennato.
Il
rossetto color pomodoro maturo  stonava
con il vestito lungo, rosa, dalla scollatura a barchetta.  
“Italiana?”
mi chiese. “Sì” risposi. “Di dove?” “Di Venezia”.  “ Io lavorato tanti anni a Milano come guida
e…”.
 Le sue parole uscivano dalla bocca fluenti e
scorrette ma non ne seguivo il senso.  Di
lei mi interessava soltanto il  cappello  bianco che portava sulla testa. A falde
larghe e traforato, rifletteva le geometrie su tutto il candido collo.
Le
stava bene. La faceva sembrare una Barbie attempata.
 Lei continuava a raccontare di quando
accompagnava  i gruppi serbi in Italia.
 “Io no più guida qvi, io perso diritto al
lavoro in Serbia. Quelle guide giovani hanno studi. Io no. Io vecchia”.
La
ascoltavo più attentamente ora. “Mi dispiace” le dissi.
 “Posso offrire caffè turco lei? Forse no piace
lei turco? Bene caffè normale?” “Grazie, magari dopo” le risposi, camminando
più veloce per stare al passo con la mia guida ed il gruppo. Lei mi
seguiva,  come un simpatico segugio.
 “Questa non ci voleva” pensai “come faccio
a  scaricarla!”
“Cosa
poter fare io per Lei?” mi chiese dopo un monologo di mezz’ora.
“Dove
posso trovare un cappello come il suo?” le chiesi.
“Qvi no
c’è. Però io regala lei,  bella signora
italiana”. “No, si figuri. No, grazie”.  
Ma
il  cappello aveva già cambiato testa. In
un attimo era sulla mia.
Io,  statua muta. 
Falce di luna il sorriso della signora. 
“Prego,
prego” continuava a dirmi.
“Voglio
almeno pagarla” le dissi, una volta ritrovata la voce.
 “Mio regalo. No euro per me. Mi saluti Italia
per favore?”
Su questa,
accorata, richiesta iniziava ad indietreggiare con prudenza.
Col
braccio destro alzato, le dita della mano aperte,  mi salutava.
Senza
cappello sembrava più anziana, con una leggera gobba.  
I
capelli  biondo stoppa le cadevano sulle
spalle, senza corpo.
La sua
esile figura, dignitosa ed elegante, spariva tra la folla di un’altra
moschea  di Sarajevo.
“Che
bel cappello. Dove l’hai comprato?” mi stava chiedendo una signora del mio
gruppo. 
“Più
che cappello è una lezione di quanto possa essere nobile la miseria” spiegai.
Più  a me stessa che a lei.
 
X  18 gennaio 2012
                                      RACCONTO dall’INCIPIT di  ERRI DE LUCA
“Mi viene a trovare
una donna qualche tempo fa.
Le apro la porta, è
intatta, viene dritta da vent’anni prima, una distanza che addosso a lei sembra
il tempo di una corsa in tram.
Vuole sapere di me,
vuole sapere se combaciano due pezzi di tempo. Tira fuori le mie lettere.
Le scorro per la
prima volta. Sì, quando le scrivo non rileggo, chiudo e spedisco, adesso come
allora.
Sotto la carta
stagionata sento la mia faccia di prima, prima di cambiare il mondo, e la sento
di pasta ancora buona a tutto”.
                                                         
                                                               
 ****
                                                   LETTERE ALLA
PORTA
Riconosco la mia
grafia su quelle carte  piegate, coi  fiori e 
visi di dama col cappello.   
Lei me ne dà una
pila ordinata. La cura con cui sono state conservate merita un complimento.   L’
odore di erba secca mi pizzica il naso.  Starnutisco,
vergognandomi un po’.  
“Flora” le chiedo
con la bocca a mezz’aria “ la mia poetessa di Firenze. Sei proprio tu?”
Annuisce. I capelli
ingrigiti sembrano voler scappare dal co-con, chiuso da una retina rossa.
“Avevo nostalgia
delle tue lettere” mi dice con  voce
roca. Da fumatrice accanita.
“Le ho tenute tutte
e sono venuta a chiederti di rileggerle. Se le metti insieme ti esce un libro”.
 “Ma dai, scherzi?”
Esco in giardino.  L’afa dell’estate mi chiude il cervello se sto
in casa.
Flora mi segue.
La gonna
plissettata, quasi trasparente e lunga fino al polpaccio, avanza prima di lei.
Mi siedo sull’esile
asse di plastica del dondolo. L’ombra del fico mi ripara dal solleone.  Flora si accuccia su un basso tronco
sbilenco. Tiene in mano una scatola di latta  bordeaux  socchiusa e riflette il sole che sbircia tra
le foglie.  
Mi sento a disagio. Mi
osserva troppo.
Sono sicura che sta
scrivendo mentalmente di me. Come quando inventavamo rime sulla spiaggia di
Rivabella, in cerchio, sotto l’ombrellone con i nostri amici poeti.
“E Cirano come sta?
E Loretta? E Gabriella?” le chiedo.
“Loretta Chiesi è
morta. Due anni fa. Cirano di Bergerac è rimasto solo. Lo chiamavi così, ti
ricordi? Gabriella è attrice di teatro e la seguo sempre negli spettacoli. Mi
fa ridere. E’ molto ingrassata sai?”
L’esile figura di
Loretta  si fonde con il viso nobile di
Flora e il seno taglia quinta di Gabriella. Eravamo insieme in una foto alla serata
di poesia nel  castello di Rivabella. Con
tanto di pubblico, applausi e buffet.
Noi, poetesse in
vacanza.
 “E tu scrivimi” Loretta l’aveva dedicata a me.
 
In una poesia mi supplicava
di scriverle.
“E’ una festa quando
apro le tue lettere” mi diceva. 
Sapevo a memoria il
suo indirizzo, come quello di Flora.  E ora
Loretta è morta.
E Flora  continua a fissarmi.  
La sua fronte di
filigrana tradisce un’urgenza  che
cavalca verso di me.
“Perché non leggi?”
mi chiede con gentile fermezza.
Le mie pupille obbedienti
danzano  sui fogli  ingialliti.
Le ciglia, tamburi  sulle righe,  zittiscono sulla data.  1990.
Flora è immobile.
Come figurante a Venezia.
“Ho tanto tempo per te”
mi dice sfiorando  il co-con, chiuso da
una retina rossa.  
X 25 gennaio 2012                     LA LUCE DI UN LUOGO                                         
                                                 
ASFALTO NUDO
Il caffè leggero come piace a me è nel bicchiere di vetro
trasparente. Il cucchiaino  sembra un
senatore sulla poltrona o un naufrago sulla Costa Concordia. Seduta al
tavolino, davanti al finestrone, guardo fuori, 
su Via Friuli.  La Via dove vivo
nella mia casa delle Fate.  Prorompente
di case anni 60,  vuote di abitanti.
Ci sono le scuole in Via Friuli e alle otto di mattina, come
adesso, si anima come gabbiani sull’orlo della burrasca. La fitta nebbia
avvolge ogni cosa e pettina l’asfalto, lisciandolo di brillantina.  In un quadro grigio fumo di Londra auto a
passo d’uomo avanzano incolonnate. Sono quelle delle mamme, nonne, baby sitter
che accompagnano i bambini alla scuola primaria.  Li 
scaricano e li affidano ai vigili e ai volontari. In un  cortometraggio lungo  dieci minuti. Poi, Via Friuli sospira prima
di  appisolarsi, fino alle quattro del
pomeriggio, quando la scena si ripete. Questa strada, fino all’anno scorso, era
la più bella di Codroipo.
Quaranta e più tigli maestosi, ultracinquantenni, la ornavano
regalandole giochi di luce in continuo divenire. Ombrelloni  in estate. Ritagli d’arcobaleno in
autunno.  Sentinelle mute in
inverno.  In primavera annunciavano la
rinascita con gemme in libera cascata.
L’anno scorso, in febbraio, in un solo giorno, “Zac”, tagliati,
estirpati, cancellati.
Per sei mesi muratori e ruspe hanno iniettato Via Friuli di
scarponi stranieri e scosse elettriche. Tonfi, squarci, tubi per una paziente
d’asfalto  da abbellire. Da offrire al
sole in picchiata libera. Chiusa al passaggio. La luce a macchie di leopardo
dei tigli messa in cornice digitale.
Oggi, Via Friuli mostra il suo viso senza rughe, senza
avvallamenti, generosa di sottopiedi confortevoli e resistenti alla scure del
sole. Pur orfana di verde  mi piace
sempre , ancor più quando il cielo piange o è malinconico, come oggi. 
L’ho amata quando sono venuta ad abitarci a 18 anni, quando l’ho
abbandonata per amore a 21 e quando ci sono ritornata, a 56. Per comodità,
innamorata persa di una casa stile americano, a un piano, con saracinesche
rosse. Comprata in due giorni, facendo lo sgambetto a una lunga fila di
acquirenti. Ha la mia età questa ragazza di muro dalle giunture arrugginite. Mi
perdo dentro i sussurri degli alti soffitti, delle  lievi crepe parlanti e dei pavimenti di legno
musicante. Ha il giardino davanti e il bosco dietro che non si vede dalla
strada. Sotto gli alberi ancor giovani ho messo tronchi per sedermi e guardare
i coriandoli gialli che scappano dal cielo per scaldare la mia pelle.
C’è un punto magico nella mia casa, un baricentro perfetto.
Dalla  cucina posso guardare il bosco
dietro e Via Friuli davanti. Posso scegliere se starmene in pace o sbirciare il
panorama umano.
                                                                 
****
Una ragazza imbacuccata nel berretto e sciarpa azzurri rincorre
il tempo battendo il marciapiede a ritmo militare. Un’auto rossa indossa fari
severi per diradare la nebbia.
Le case che vedo dalla 
mia finestra dormono ancora. Quella di fronte  è chiusa a chiave. La sua padrona ha cento
anni e sta in casa di riposo. I muri marroni, a tratti scrostati, urlano il
dolore dell’abbandono. Quella a fianco, di un marrone tenue, è curata e amata
da Paolo e Hana, una moldava che sta lottando contro il cancro al seno.  La casa che vedo meglio ha una palma che le
fa da guardia. La abita una signora rimasta vedova da poco. Proprio attaccato
c’è il centro per disabili. Moderno, ha il tetto a triangolo e grandi bocche di
vetro. Quasi un colpo di frusta il cemento, così grigio e monotono da far
rabbrividire la pancia.
Oltre la tenda a fiorellini vedo una casa bianca, con colonne
sottili e slanciate, di vaga ispirazione palladiana. Sa di vita con due giovani
sposi e due bambini piccoli in un viavai continuo di bici, camioncini, nonne e
baby sitter. 
Di sbieco una casa color riccio di castagna, alta come una
guardia romana sull’attenti. E’ il tetto e riparo di tre persone che portano il
mio cognome.  Due fratelli e una cognata
dall’esistenza fioca come una lampada in obitorio. Ricurvi su malanni reali o
immaginari,  scandiscono il calendario
sugli appuntamenti in ospedale o sulle immondizie da metter fuori dal
cancello.  Lunedì carta. Martedì umido e
secco. Preparando il bidone tre giorni prima, giusto per prendersi in tempo. E
la bolletta della luce davanti alla bottiglia di vino rosso, sempre a metà. Con
il tappo di sughero plastificato che entra 
a fatica.
Via Friuli  invoca ruote e
scarpe sulla schiena.
Ma nulla accade, se non i folletti che battono il tamburo nel
circo delle mie idee. Sempre svegli e, ancor più, nel riverbero grigio perla di
un cielo che vomita nebbia in soffice bambagia. 

                                        IL
PESCATORE DI TAMBURI                
A
gambe divaricate sulla barca, ammirava la notte di Goa. I flutti suonavano
l’arpa nel Mare Arabico, brizzolato e calmo.
Tariq
si  sentiva  il re di quel mare che diventava il suo letto
ogni notte. La luna quasi piena sembrava una medaglia sul petto di un generale.

Con gesti sapienti, buttava le reti e le vedeva sparire nel brodo nerastro.
Poi, si preparava alla paziente attesa della pesca. Con muscoli vigili e
coraggiosi.
La
famiglia di Tariq era al sicuro. Sua moglie Parvati, con i cinque figli, già
dormiva nella casupola quadrata, fatta di pali di cocco, fronde di palma e
tetto di bambù.  Tutto ciò che passava
tra le mani di Parvati era curato e pulito.
E
lui sapeva che lo avrebbe accolto con un abbraccio l’indomani mattina. Sia che
fosse tornato con le reti colme di pesci oppure vuote.
All’idea
di essere molto amato le pieghe  profonde
del suo viso si distesero.
Una
pioggerellina fuori stagione ricamava una coltre d’aria umida.
La
spiaggia di Matusa sonnecchiava.
Tariq
cambiava spesso tratto di mare per pescare ma quella notte aveva scelto Matusa
perché era poco distante dalla sua baracca. 
Gli piaceva  guardarlo anche di
giorno, seduto sulle dune, all’ombra delle camicie in fila ad asciugare.
Quella
notte  i pesci si negavano.
Il
silenzio potente e le reti immobili trasformavano i profondi solchi della  faccia di Tariq in una tavolozza
funebre.  I muscoli vibravano.
Dal
fondo del mare rumori sinistri anticipavano il dondolio sempre più forte della
barca. Tariq si alzò di scatto, allargando le gambe.  Voci lontane, in hindi e marachi, lasciavano
un’eco che non riusciva a comprendere. 
La paura gli pugnalava il petto.
Gli
occhi erano fessure feline nell’oscurità. 
Un’onda più decisa delle altre lo fece traballare.  Un lampo e Tariq fu in balia di onde
imbizzarrite. Una scossa di ferraglia e l’acqua gelida gli penetrava le
ossa.  La ricchezza di una vita, la sua
barca, era diventata una carcassa alla deriva. I pezzi di legno costole di un
animale preistorico.
I
pochi pesci duellavano nelle reti d’argento, boccheggiando libertà. La benzina
bruciata evaporava coprendo Tariq in estrema lotta con le onde ubriache.
Una
ferraglia rossastra aveva  masticato la
sua barca di legno, urtandola con violenza. 
Con le ultime forze delle braccia, Tariq nuotò respirando e tossendo
anelli di fumo. Fino a toccare la sabbia umida. La lunga canottiera, fradicia e
logora, si era posata sul corpo steso. Le ciglia abbassate sembravano mani  in preghiera.
Il
buio era lo stesso della notte in cui Tariq stava tornando allo slum di Bombay
con il giovane padre. Latrati furiosi annunciavano  l’arrivo di branchi di cani che spesso
facevano a pezzi uomini, animali e bambini.
Prima
di armarsi di  un lungo bastone suo padre
lo aveva sollevato sulle spalle. Nel viottolo 
scuro,  tra il fetore di carne
rancida e occhi gialli a falce,  erano
bloccati.   Il padre di Tariq aveva
arrotolato la camicia e poi lanciata, il più lontano possibile, facendo
scattare i cani che si azzannavano nella frenesia di farla a pezzi.
“Adesso”
gridò abbassandosi “corri Tariq, scappa. Vai allo slum”. E Tariq, terrorizzato,
corse fino alla capanna di stracci e 
plastica.  Nelle orecchie l’eco
dell’urlo di suo padre e il latrare sempre più feroce dei cani.  Sulle mani e sul corpo i fiocchi, radi e
grigi, di una neve mai vista. Tariq chiuse la porta di carta velina e cadde tra
le braccia della madre sotto gli occhioni sorpresi dei fratelli.
E
la neve coprì lo slum  quella notte.
Gelida come la morte, sferzava le fessure delle esili pareti e  spegneva la stufa a kerosene.  Gelida come l’addio che, da lì a poco, Tariq
dovette dare alla città di baracche, a ciò che rimaneva della sua famiglia e
alla sua infanzia.  Sulle agili gambe,
l’unica camicia addosso e poche rupie nel pugno, sfidava il domani che lo
aspettava  altrove.
Tariq
era bravo a saltare, a fare piroette da circo, a suonare gli strumenti che suo
padre gli costruiva come giocattoli.  Per
questo si accodò a un gruppo di venditori di tamburi e da loro imparò a
stringerli sotto le ascelle e a scatenarli 
in concerti improvvisati. Sui marciapiedi, nei ristoranti,  sui traghetti.
Era
riuscito a salire  su uno di questi,
intrufolandosi in un gruppo di turisti italiani. Approdato  a Panjim, la capitale del piccolo stato di
Goa, capitò a Mapusa, in bus.  Tra alte
fronde verdi e vecchie dimore di stile portoghese, Tariq capì di essere
arrivato a casa.  Si sentiva ancora in
fuga ma il cielo terso lo proteggeva.
Il
mormorio del mare Arabico e del colorato bazar lo faceva stare bene. Mercanzie
e spezie di ogni tipo lo invitavano ai banchetti sgangherati, a curiosare tra
stoffe e collanine di false perle.
Sotto
sera, sul viottolo dritto che portava all’uscita del bazar, si specchiò su  due perle nere di giovane donna. Era una
venditrice di angurie che portava 
una  cesta sulla testa, in
equilibrio perfetto. 
Le
si mise di fronte, a gambe divaricate. Mani sui fianchi.  “Ti comprerei tutte le angurie ma non ho
nemmeno una rupia” le disse in marathi. Lei si fermò, scaricò la cesta dal capo
e gli tagliò una fetta enorme della più succosa anguria della sua esistenza. La
prima.
La
mangiò avidamente, sputando i semi sulla terra.
Senza
aspettarsi un ringraziamento lei se ne andò canticchiando, accennando qualche
passo di danza.
Era
Parvati.  E ora lo stava aspettando
sull’uscio della loro baracca. I primi, sonnacchiosi raggi di sole cominciavano
a fendere la notte morente.  Parvati
aveva una piega di paura sulla bocca carnosa. A quell’ora Tariq tornava
sempre. 
L’istinto
le ordinava di correre, alla svelta, 
verso il mare.  I suoi piccoli
piedi nudi affondavano sulla sabbia lasciando profondi solchi neri. 
 “Tariq” urlava “ Dove sei Tariq?”
La
voce le si era spenta e le gambe affondate nella sabbia, fino alla
caviglia.  Parvati pareva una statua
greca nella morsa di un presentimento già deciso. 
“Tariq”
chiamò ancora con un filo di voce, 
nell’arsura di una delle più belle giornate di quell’estate
indiana.  Alcune assi della barca  dondolavano come surf al largo.
La
linea dell’orizzonte era nitida. 
Al
tramonto, il sole vi avrebbe appoggiato il mento. 
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pierina gallina

Ho un nome e un cognome che non si dimenticano. Sono appassionata di scrittura, poesia, viaggi, libri e persone, in particolare bambini e saggi. Ho pubblicato cinque libri e sono una felice nonna di 7 nipoti, da 6 a 18 anni, mamma di tre splendide ragazze, e moglie di un solo marito da quasi 50 anni. Una vita da maestra e giornalista, sono attratta dalla felicità e dalla medianità, dallo studio della musica e degli angeli. Vi racconto di libri, bambini, nonni, viaggi, e del mio Friuli di mezzo, dove sono nata e sto di casa, con i suoi eventi e i suoi personaggi. Io continuo a scrivere perchè mi piace troppo. Spero di incontrarti tra i fatti e le parole. A rileggerci allora...

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